2010

L'ovvia verità del 'politico'
Diritto e ostilità in Carl Schmitt (*)

Geminello Preterossi

"Il fatto di definire il nemico come politico e se stessi come non-politici (cioè come scientifici, giusti, obbiettivi, imparziali ecc.) costituisce proprio un modo tipico e particolarmente intensivo di far politica"
Carl Schmitt, Il concetto di 'politico'

In questo saggio ripercorrerò la concezione schmittiana del 'nemico', sulla base di un convincimento che concede a Schmitt il merito di aver fissato lo sguardo sul 'volto di Gorgone' del potere e del conflitto 'estremi', senza che tale riconoscimento debba implicare necessariamente adesione ai suoi assunti ideologici e a determinate opzioni di 'politica del diritto'. Se non si vuol subire la nemesi di Gorgone, trovarsi impreparati e scoperti di fronte alle svariate risorgenze del 'politico', occorre pensarlo e assumerlo, non darlo per liquidato. Assumo che il fenomeno dell'ostilità non sia solo un dato 'limite' di cui in qualche modo occorra dare seriamente conto, sia sul piano internazionale che su quello interno, ma soprattutto che attraverso di esso emergano taluni imprescindibili presupposti pre-giuridici del diritto stesso, che smentiscono l'auto-narrazione rassicurante di tante visioni contemporanee del rapporto diritto-potere, contribuendo a smontare quegli assunti impregiudicati e diffusi - più o meno consapevoli da un punto di vista teorico - che postulano di fatto l'autogenerazione e l'autosufficienza del 'giuridico'. E' vero che - come insegnava Bobbio - il diritto ha, quale suo compito principale e imprescindibile, quello di assicurare la pace (intesa innanzitutto come 'sicurezza'), risolvere i conflitti che la minacciano. Ma ciò non significa affatto - come Bobbio stesso ha messo in luce - che esso sia aproblematicamente 'pacifico', neutrale, sconnesso dalla forza (1). Il diritto ordina il caos e limita la violenza, se riesce a commisurasi a questa, assumendone all'interno del proprio dispositivo la sfida. L'ostilità è da un lato l'altro del diritto in quanto 'ordinamento della sopravvivenza', situazione normale. Ma dall'altro è anche la sua matrice generativa, il suo 'problema', non trattabile attraverso astrazioni o procedure che già presuppongono la soluzione, ovvero una pacificazione condotta con successo e di misura adeguata. L'ostilità spiega per tanti aspetti la funzione del diritto. Schmitt va oltre, individuandovi una sorta di orientamento e vincolo indisponibile, la sua Ortung. Ciò non significa che il diritto promuova l'ostilità, perché al contrario la sua vocazione è l'ordine, ma proprio la centralità della 'sicurezza' e della preservazione della vita impongono alla forma giuridica di sporgersi sul crinale del conflitto estremo, attrezzandosi ad esso, introiettandone la 'lezione'.

Il nucleo teorico fondamentale della mia analisi sarà costituito da una rilettura del Concetto di 'politico' (2), per poi considerare le ulteriori riflessioni schmittiane del secondo dopoguerra, in rapporto alle trasformazioni del diritto internazionale 'post-westfaliano'. Nella significativa Premessa alla (nuova e ampliata) edizione del '63 del Begriff, Schmitt sottolinea, riprendendo maliziosamente una notazione di Ilting, come Hegel traduca abitualmente il termine polis con 'popolo'. Ciò in vista di una comprensione molto orientata - e funzionale al suo discorso sul 'politico' - della nozione di 'politica' aristotelica. Centrale per Schmitt è mostrare la connessione 'strutturale' tra popolo come 'unità' ed esperienza della 'politica', a prescindere dalle ovvie differenze tra epoche (peraltro da egli stesso spesso enfatizzate (3)) e dalla instabilità polimorfa dei fenomeno politici nella storia. Anche alle spalle della politica antica - che implica precisi presupposti metafisici 'oggettivistici' e comunitari - si muove quella dimensione del 'politico' che Schmitt intende far emergere. Anche se è con la modernità che tale ambito si potenzia intrecciandosi direttamente con la produzione dell'ordine giuridico, non essendo più filtrato e convogliato dalle stratificazioni di senso 'etico' assicurate da quei presupposti.

Nel XVI secolo, nota subito dopo Schmitt, l'unità della Chiesa si spezzò e l'unità politica fu distrutta. Ergo, essa esisteva già. C'era una qualche forma di unità politica precedente, anche se non era quella della forma-Stato. Anche alla luce di tale passaggio, l'unità politica si confermerebbe nozione generale, non solo moderna. Ovvero non 'generata' dallo Stato moderno (che però ne è una forma peculiare, non occasionale, cioè non una tra le tante). Come è confermato da vari luoghi schmittiani, il concetto di unità intrattiene con la forma-Stato un rapporto stringente ma allo stesso tempo di irriducibilità reciproca: si tratta di un nesso tra due paradigmi, l'uno - quello dell'unità politica - più 'elementare', una sorta di modello funzionale scarnificato, l'altro - quello dello Stato (moderno) - 'forma' storico-concreta. Nel primo, in evidenza sono le costanti di sfida, che chiedono risposte e concretizzazioni (le quali possono variare nella loro configurazione specifica). Nel secondo, i fattori politici e giuridico-istituzionali definiscono un 'ideal-tipo' storicamente determinato, che costituisce tanto ciò che dà visibilità e soluzione efficace alla sfida generale del 'politico in quanto tale', quanto ciò che da esso viene ricondotto genealogicamente alla sua matrice pre-giuridica.

Insomma, per un rispetto sembrerebbe esservi un rapporto biunivoco tra unità politica e Stato moderno. Per altro verso, tale rapporto serba in Schmitt un margine di oscillazione e ambiguità, che pare collocare su un piano di subordinazione lo Stato moderno (così come le altre forme dell'associazione peculiarmente 'politica') rispetto al (pre-)concetto di unità politica, che viene a configurarsi quasi come una costante funzionale e 'formante'. Da un lato, determinazione, dall'altro, quasi circolarità.

Ciò è assai rilevante ai fini della questione dell'ostilità, e del suo rapporto con la giuridicità, perché l'unità politica - e con essa lo spazio pacificato del diritto - è tanto orientata all'ostilità, in quanto risposta obbligata, ovvero l'unica capace di efficacia, quanto condizionata e in qualche modo concettualmente determinata da essa. La costellazione concettuale unità politica-popolo-ordinamento giuridico non funziona se non introiettando una nozione ipotecante e produttiva di ostilità.

Nello jus publicum europaeum lo Stato è il 'modello' dell'unità politica, fulcro del diritto pubblico domestico e internazionale, criterio di coordinazione tra interno ed esterno. 'Interno' ed 'esterno' sussistono e sono concettualizzabili nella misura in cui si dia una qualche forma di 'unità' politico-giuridica. A nostro avviso è opportuno non contentarsi delle tesi che decretano il tramonto di tale sistematica, e chiedersi, sulla scia di Schmitt, se la crisi dello Stato (inteso in senso forte, 'westfaliano') implichi automaticamente la crisi (o l'inutilità) della nozione di unità politica in generale, e addirittura una sorta di tramonto del 'politico'. Occorre prestare molta attenzione alle risposte affrettate. Intanto, perché l'ostilità non tramonta affatto, così come le esigenze di sicurezza, pacificazione, identificazione politica ecc. Inoltre, come nota Schmitt, paradossalmente i concetti 'statualistici' permangono, anche se chiamati a qualificare e descrivere un contesto profondamente mutato, in virtù di una sorta di persistente 'classicità', che determina tanto una divaricazione quanto un corto-circuito tra normatività ed effettività. Ciò alimenta certamente attese ordinative destinate a essere frustrate e confusione, ma è indice anche di qualcosa di costitutivo che permane, o non riesce a essere espresso e gestito altrimenti, nell'eredità del diritto moderno.

Uno dei grandi portati dello Stato moderno è consistito nella pacificazione interna, ovvero nella tendenziale eliminazione dell'inimicizia quale concetto giuridico. Tale 'successo' ha consentito ai massimi esponenti dell'Illuminismo giuridico di contrapporre guerra e diritto. Questa contrapposizione pero ha in sé, sostiene Schmitt, il rischio di essere fuorviante. Essa si riferisce a un esito (o più precisamente a uno Streben reale, a una tendenza capace di forza propulsiva), non a un'opposizione originaria. Anzi, tale risultato è (relativamente) conseguibile nella misura in cui guerra e diritto, ostilità e forma si rapportano, si implicano per differenziarsi e contrapporsi. Quindi, il carattere pacifico del diritto serba in sé, per funzionare, il proprio 'altro' trasformato, l'assunzione della sfida dell'ostilità. La proscrizione giuridica dell'inimicizia (l'eliminazione della faida, che era come è noto un istituto giuridico medievale; la neutralizzazione delle guerre di religione) presupponeva un'operazione politica sull'ostilità. Ma non il suo debellamento 'irenico': anche con la modernità il fatto dell'inimicizia ("la realtà per cui esiste ostilità tra gli uomini", dice Schmitt (4)) trovava - non poteva non trovare - il suo spazio deputato.

Nella macchina teorica schmittiana, la costruzione di un concetto giuridico procede sempre dalla sua negazione (5). Ciò, dice Schmitt, non significa assegnare un 'primato' al 'negativo', perché rientra nella natura dei concetti giuridici tale funzione attivatrice e disvelante del 'negativo' medesimo. Schmitt fa esempi tratti dall'ordinamento giudiziario e dal diritto penale ("un processo, in quanto controversia giuridica, è pensabile solo se viene negato un diritto. La pena e il diritto penale presuppongono non un fatto ma un non-fatto" (6)), non a caso da quegli ambiti in cui più forte ed evidente è la connessione tra diritto e forza, giuridicità e 'patologia'. Alla luce di tale 'sguardo', il concetto di 'politico' è nell'auto-interpretazione schmittiana solo la delimitazione, prudente e iniziale, di un preciso ambito concettuale, non uno slogan primitivo (la 'teoria dell'amico-nemico') (7).

Nella sua analisi Schmitt muove da un assunto: anche una volta che i grandi sistemi 'ordinativi' siano tramontati e le soggettività politiche frammentate (in attesa magari di nuove, inattese 'eccedenze'), non si esce dal 'politico'; anche quando si crede - o si vuol far credere - di sottrarvisi, si soggiace ad esso e lo si replica. Non si tratta di cattiva o buona volontà, di opzioni o evoluzioni culturali ecc.: l'indecidibile è il 'politico' (8). Siamo in presenza di un'ipoteca, di un presupposto indisponibile all'umano eppure ad esso intrinseco (per quanto non in senso 'sostanziale' o 'essenzialistico', nelle intenzioni di Schmitt). Anche se esso da solo non basta, sia in chiave produttiva che euristica: ha bisogno, per funzionare, di accompagnarsi ad altri due elementi essenziali per la politica (anche se niente affatto ovvi e facili da definire): un 'popolo'; uno status esclusivo, che prevalga su tutti gli altri.

Attraverso il concetto di 'politico', Schmitt intendeva riconquistare una capacità di presa per la scienza giuspubblicistica che consentisse di "non perdere di vista il fenomeno" (9), evitando il salto nell'aforisma (impraticabile per il giurista), ma anche il comodo rifugio nell'astrattezza di una teoria autoreferenziale, che si contenta di se stessa. Una delle prime mosse che Schmitt escogita in funzione demistificante è quella di evitare la circolarità tra 'statuale' e 'politico', che funzionava finché lo Stato poteva essere presupposto come un'entità non problematica. Schmitt vuole rendere evidente, esplicitare radicalizzando quanto, finché si è data tale condizione di scontatezza ed evidenza della statualità, era già incorporato all'interno della dottrina dello Stato moderno.

Ma, con le democrazie di massa, lo Stato non scompare affatto (anzi, esse si sviluppano storicamente proprio entro il corpo socio-politico della 'nazione', potendo presupporre l'istituzionalizzazione dell'unità politica e l'apertura dello spazio regolato della società civile): semplicemente perde il 'monopolio' del 'politico'. L'identità democratica tra Stato e società fa sì che ambiti precedentemente definiti come ' neutrali' - religione, economia, cultura, educazione - vengano ripoliticizzati (10). Schmitt chiama questo fenomeno di compenetrazione e perdita di distinzioni chiare 'totalizzazione'. A mio avviso un interrogativo spinoso si pone oggi a una riflessione teorico-politica sottratta ai luoghi comuni e alle auto-rappresentazioni bonificate del presente: c'è un qualche nesso, e di che genere, tra tale nozione di matrice 'weimariana', l'analisi che essa presuppone, e la cosiddetta 'globalizzazione', con le sue tendenze post-democratiche? Questa - per come si è venuta sviluppando fino alla sua attuale 'crisi' - è anch'essa una forma di 'totalizzazione', ovvero di perdita ulteriore di evidenze, di differenziazioni qualitative, di ancoraggi politici concreti? E in cosa consiste la sua specificità rispetto alla crisi dei regimi di massa della prima metà del Novecento? Qual è il senso di tale riaccelerazione che sembra incapace di 'freno interno', nonostante il successo delle soluzioni 'integrative', del nuovo compromesso sociale tra politica ed economia sperimentato dopo il secondo conflitto mondiale? Il ritorno multiforme del 'fantasma' decisionistico della sovranità, che caratterizza l'ultimo decennio, cosa annuncia? Esiste un asse a suo modo 'unitario', per quanto fortemente contraddittorio e non lineare, della modernità giuspolitica che dall''universale' (in senso politico-determinato, hegeliano), attraverso il 'totale' (che non significa necessariamente totalitario, perché qui il concetto ha una valenza puramente euristico-analitica), giunge fino al 'globale'? E quali sono le conseguenze di tale spoliticizzazione dell'universale/ripoliticizzazione dell'immediatezza? Il primo dato da constatare è, ci sembra, che lungo questo percorso il nemico non solo non scompare (come rappresentazioni superficiali e talvolta non innocenti si sono incaricate di far intendere dopo il 1989), ma nei suoi esiti contemporanei si intensifica e frammenta allo stesso tempo, disseminandosi e opacizzandosi. La liquidazione della forma politica concreta prepara la deriva del 'politico'.

Per Schmitt è la politica estera a rappresentare lo strumento pertinente ai fini della 'messa in forma' del 'politico': una sorta di 'istituzionalizzazione' chiamata per ruolo ad affacciarsi sull'eccezione 'esterna', sull'anarchia internazionale, essendone al contempo fattore attivo e disciplinatore. Il suo 'primato' presuppone e allo stesso tempo riproduce quel livello di strutturazione minima possibile del conflitto estremo che, sulla base del paradigma concettuale hobbesiano - precipitato storicamente nel modello westfaliano di coordinamento-attrito tra le unità politiche (statuali) - confina e soggettivizza pubblicisticamente l'ostilità, facendo da corrispettivo funzionale alla pace sociale interna. In questo senso tradizionale, è del tutto conseguente che la 'grande' o 'alta' politica sia appunto (e possa solo essere) la politica estera, il livello in cui le ragioni dell'unità, della sua autoconservazione (anche espansiva), che definisce e gerarchizza le solidarietà interne, si manifestano prevalendo su tutte le altre. Qui si radica, in tale modello di 'gestione' dell'ostilità, attraverso la sua esternalizzazione che crea un terreno politico specifico e particolarmente intenso, la radice di quel paradigma della 'politica di potenza', che non è certo derubricabile a Sonderweg tedesco, a deriva dell'Impero guglielmino, perché ha riguardato il modo di comportarsi, seppure in forme e modalità specifiche, tutte le medio-grandi potenze europee tra Ottocento e Novecento.

Naturalmente, tale modello classico non è più proponibile in termini di jus publicum europaeum e di 'diritto statuale esterno', sia perché l'Europa è stata da tempo detronizzata politicamente, sia perché l'intreccio di spirito commerciale, tecnica e politica ha sfondato i confini di un equilibrio territoriale asimmetrico. Nell'ottica di Schmitt, la crisi della 'messa in forma del politico' ha agito parallelamente su due piani, quello interno e quello internazionale. Già i regimi politici di massa della prima metà del Novecento, le costituzioni 'lunghe' e 'programmatiche' come quella di Weimar, rappresentavano un'alterazione dell'equilibrio verticale esterno-interno, uno scantonamento verso un nuovo 'primato della politica interna' e la riedizione di guerre civili, più o meno 'fredde' (posizione sostanzialmente non mutata da Schmitt anche nel secondo dopoguerra, con scarsa comprensione - o forse sarebbe meglio dire ostinato rifiuto - delle nuove formule politicamente integrative assicurate dagli Stati sociali di diritto). La politica estera definiva nella logica del Concetto di 'politico' una 'comunanza' effettiva e immediatamente unificante che nessuna etica costituzionale pluralistica potrà mai assicurare: "L'equivalenza 'politico' = 'politico di partito' è possibile allorché l'idea di un'unità politica (lo 'Stato') comprendente tutto e in grado di relativizzare tutti i partiti politici al suo interno e le loro conflittualità, perde la sua forza e di conseguenza le contrapposizioni interne allo Stato acquistano intensità maggiore della comune contrapposizione di politica estera nei confronti di un altro Stato. Quando all'interno di uno Stato i contrasti tra i partiti politici sono divenuti 'i' contrasti politici tout court, allora viene raggiunto il grado estremo di sviluppo della 'politica interna', cioè diventano decisivi per lo scontro armato non più i raggruppamenti amico-nemico di politica estera, bensì quelli interni allo Stato" (11).

Il nemico si fa dunque, con la crisi senza superamento del Moderno, 'interno' o più propriamente 'transfrontaliero': negli anni Venti in quanto connesso a un internazionalismo 'ideologico' e 'di classe', oggi perché legato a uno scontro identitario presuntamente 'religioso' e 'di civiltà'. Detto ciò, è significativo che formule come 'sicurezza nazionale', 'interessi geopolitici', 'immunità militari', 'non ingerenza negli affari interni', vigano ancora e anzi incontrino una rinnovata fortuna. Da un lato sembrerebbe di essere di fronte a 'retaggi' (così hanno interpretato tali persistenze i sostenitori dell'ipotesi, peraltro sempre più labile, del costituzionalismo mondiale, così come i 'globalisti' di vario segno, i cui scenari ideologici pacificamente 'orizzontali', 'neocontrattuali' e 'sconfinati' sono ormai pesantemente smentiti dagli effetti devastanti dell'attuale crisi della globalizzazione economica anti-politica). Dall'altro, un'analisi realistica non può ignorare come gli elementi decisivi connessi alla sovranità politico-militare abbiano dominato ampiamente la politica delle grandi potenze dal 1948 ad oggi e abbiano conosciuto nell'ultimo ventennio, dopo le iniziali illusioni su ipotetici 'governi mondiali', una inattesa intensificazione (ciò che vale non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la Russia, la Cina, nel teatro mediorientale Israele ecc.). Quei fattori di 'confinamento immunitario' costituiscono - da un lato - l'eredità spesso velenosa della tradizione moderna del 'politico', attraverso cui si tenta di rigenerare le risorse simboliche di legittimazione proprie della 'politica di potenza' in chiave contemporanea, anche nelle democrazie pluraliste: i 'nuovi fini' degli Stati costituzionali di diritto - connessi al discorso dei diritti, a politiche sociali integrative, alla cooperazione internazionale - sono così destinati, in fasi di crisi acuta dello scenario politico internazionale che alimentano esigenze di rassicurazione interna, a essere messi fortemente sotto pressione dal riuso (reale o fittizio, fondato o strumentale, poco importa) del 'primato della politica estera' come politica militare di difesa/offesa. Dall'altro lato, il fatto che questo venga aggiornato in chiave globalistica (come guerra 'globale' o 'umanitaria' o 'preventiva') rappresenta una distorsione che estremizza la natura sregolata del 'politico' (ormai privato di 'forma', di vocazione ordinante), svincolandolo dai limiti realistici determinati dal confronto di soggetti territoriali plurali dotati di pari dignità e legittimazione. Ciò determina, in un certo senso, uno scarto di paradigma, una iper-sovranità agita in modo fantasmatico e incoerente con le proprie premesse 'hobbesiane' di sistema. Non a caso, militarizzazione della decisione e inefficacia, eticizzazione delle relazioni internazionali e de-giuridificazione (12) sono andate di pari passo nel recente, fallimentare ciclo neo-conservatore americano, da taluni inteso troppo semplicisticamente come 'schmittiano', in realtà leggibile criticamente, in chiave demistificante, attraverso Schmitt, ma certo non conseguente a una progettualità politica coerentemente 'schmittiana' (13).

Ma veniamo più dappresso ai tratti decisivi che caratterizzano la distinzione schmittiana 'amico-nemico'. Essa rappresenta un 'criterio' concettuale, non una qualificazione contenutistica. E' autonoma, cioè non necessita di altri ambiti (morale, estetico ecc.) per fondarsi e operare. Il senso dell'amico-nemico consiste nella sua capacità di segnalare l'intensità di un'associazione o di una dissociazione, e il nesso strutturale tra questi due movimenti. Ciò significa che le unioni - e le separazioni - che si determinano in virtù della possibilità dell'ostilità sono costitutivamente diverse da qualsiasi altra forma di associazione e differenziazione umana. Quindi, il 'segreto' della politicità - ciò che ci fa avvertire, magari confusamente, che un club, un'associazione sportiva o una corporazione sono cosa diversa dalla 'politica' in quanto tale - consiste per Schmitt, in ultima istanza, nella possibilità dell'ostilità di essere un ('il') criterio di identificazione collettiva trascendente tutti gli altri (14).

Il nemico - dice Schmitt - è l'altro, l'estraneo (der Fremde). Si tratta di una condizione esistenziale, concreta, ma non di un'essenza 'etnica' (almeno così sembra seguendo il senso del discorso di Schmitt e la sua stessa auto-comprensione, anche se permangono dei margini di ambiguità): chiunque può essere - diventare - l'altro, in ragione del tipo di conflitto che con lui si instaura. Se non è neutralizzabile in termini giuridici, se non è interno a un ordine prestabilito e come tale si mantiene, il conflitto è 'politico' in senso forte, estremo: è un rapporto con l'alterità. Ma tale alterità ci appartiene (anche se Schmitt è assai parco quando si tratta di trarre da tale visione conseguenze in termini di identità personale e intersoggettività, spingendosi su un piano psicologico-sociale: nel Glossarium è possibile leggere la celebre massima secondo cui "il nemico è la nostra peculiare questione in figura" (15), ma lo Schmitt giurista e politologo non punta esplicitamente nella sua argomentazione su tale sfondo 'etico-esistenziale', forse anche per una sorta di pudore teorico). Tale coappartenenza funzionale dei 'nemici' è resa evidente non solo dal fatto che altrimenti non si potrebbe definire la condizione di 'amicizia' (16), il precipitato interno dell'alterità. Ma anche dal fatto che si tratta, in tutta evidenza, di un movimento biunivoco: ognuno, ogni raggruppamento è, reciprocamente, l'altro di un altro. E quello che vale per una parte può essere affermato con altrettanto certezza formale per l'altra. Siamo cioè di fronte a un gioco a specchi, per certi aspetti simile alla lotta delle autocoscienze hegeliana, salvo che Schmitt si vieta - ovviamente - qualsiasi approfondimento in chiave antropogenetica, o weltgeschichtlich, di tale conflitto per l'identità generativo del destino politico dell'umano.

L'alterità dell'estraneo viene 'decisa': non basta, perché si carichi polemicamente, che sia una condizione statica, 'data'. E tale decisione non può che essere 'esistenziale', cioè presa da chi è parte in causa sul terreno concreto del conflitto: solo se questi decide che l'altro rappresenta una minaccia alla propria forma di esistenza, scatta polemos. Il 'politico' in questo senso è quasi inafferrabile: un movimento, una dinamica priva di contenuto concreto che porta all'estremo. Schmitt, nel suo sforzo costante e per certi aspetti disperato, destinato al fraintendimento, di evitare al suo concetto di 'politico' corto-circuiti ideologici o moralistici e sovrapposizioni contenutistiche, sottopone il 'criterio' a una tale curvatura volontaristico-formale, che da un lato ascrive pienamente il 'politico' al Moderno (ovvero al suo nucleo artificialista e de-essenzializzante), dall'altro lo sottrae - almeno dal punto di vista concettuale - alle mitologie völkisch su 'terra e sangue'. Il prezzo di tale impostazione - che è poi il motivo del successo teorico del criterio amico-nemico e del suo persistente interesse - è che esso a tratti sembri oscillante, indeterminato, non vincolabile semanticamente, eppure in grado di produrre il vincolo teorico-politico prioritario e generale: apparentemente chiarissimo da un punto di vista formale, capace di grande presa su ogni 'effettualità', proprio per questo è come se spiegasse troppo, come se fosse un meccanismo concettuale potente e rarefatto sconnesso dalla concreta esperienza storico-politica, e tuttavia sua precondizione. Insomma, un indicatore di 'energia politica': ciò che resta - una 'mobilitazione' dei concetti, un 'potenziamento' dei soggetti - una volta che la dimensione politica non possa che essere pensata 'senza Sostanza'.

Concretezza, esistenzialità, intensità, estremità, originarietà - ma anche formalità (in senso non procedurale, bensì anti-sostanzialistico) - rappresentano le caratteristiche peculiari di ciò che è 'politico'. Esso, anche quando sembra declinato in chiave universale e astratta, o specularmente soggettivistica, costituisce una 'presa di posizione' determinata, che colloca, identifica e riorienta per il solo fatto di sussistere l'intero scacchiere delle forze, influenzando l'auto-posizionamento degli altri soggetti: "I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli; essi non devono essere mescolati e affievoliti da concezioni economiche, morali o di altro tipo, e meno che mai vanno intesi in senso individualistico-privato, come espressione psicologica di sentimenti e tendenze private. Non sono contrapposizioni normative o 'puramente spirituali'" (17). L'universale - anche se contenutisticamente determinato - è politicamente 'neutro'. Concretezza e 'forma' collettivo-agonistica vanno di pari passo. Non sono i contenuti 'generali' a determinare la politicità, ma l'orientamento polemico, l'atteggiarsi 'tellurico', non importa in base a quali 'ragioni'. In questo senso, il 'politico' - soprattutto in un mondo senza auctoritas - ha in sé un germe potenzialmente nichilistico, perché non incorpora né presuppone alcuna 'Sostanza', ma solo una dinamica 'antropologica' produttiva di sensi e forme specifiche non preordinabili. Allo stesso tempo, rispetto a tale spinta distruttiva alla totalizzazione e allo svuotamento, offre un 'salvagente' ancorante interno, proprio in virtù della sua aspra 'serietà', dell'esperienza di apertura sull'estremo che gli è implicita e che svela il bisogno e la possibilità del 'limite' (concreto), del 'confinamento' ordinante. Il 'politico' schmittiano è quindi un'ipotesi sull'umano; non una sua definizione metafisica, certo, ma l'assunzione realistica di un condizionamento costante, produttivo delle forme dell'umano e allo stesso tempo intrascendibile in quanto 'truismo' originario, 'ovvia verità' vincolante il suo darsi collettivo, ultra-individualistico nel mondo (18).

Il concetto di nemico e quello di lotta non hanno una valenza puramente simbolica (cioè discorsiva e astratta), ma "si riferiscono alla possibilità reale dell'uccisione fisica" (19). E' la 'problematicità' dell'umano e la sua conseguente vulnerabilità alla violenza, che qualifica e determina in senso più proprio ed esistenziale il fenomeno del potere come potere - al suo apice e nella sua più intima essenza concettuale - 'di vita e di morte', la politicità dell'ordine e le ragioni opache dell'obbedienza. L'ambivalenza, l'imprevedibilità, la matrice simbolico-identitaria dell'ostilità (tutti fattori 'spirituali', ma nel senso teologico-politico schmittiano) determinano un'esposizione al rischio che è molto concreta e determinata, 'passionale', niente affatto neutralizzabile nel 'gioco' tra avversari proprio della 'metafisica' liberale.

In questo senso, il conflitto per la vita e per la morte, la guerra, costituiscono il presupposto della politica. Ciò non significa affatto che la condizione normale e costante della politica sia la guerra, ma che la sua possibilità reale non è mai escludibile dall'orizzonte politico e dalla sua comprensione consapevole e memore. Così come il nemico non è una figura 'etnica' stabile, immodificabile. Le forme concrete dell'ostilità sono determinate da dinamiche storico-concrete, dalla declinazione specifica dello schema sfida-risposta, minaccia-autoconservazione. Il punto è che anche la neutralità è a suo modo per Schmitt una presa di posizione, ciò che indica l'impossibilità di schermarsi 'assolutamente' rispetto alla logica del conflitto, che ci trascende in quanto singoli. L'assunto 'filosofico' fondamentale di Schmitt (anche se non presentato come tale e anzi rigettato in quanto tesi 'metafisica') è l'inoperabilità culturale di tale matrice 'ostile', l'impossibilità di una civilizzazione che renda disponibile alla razionalizzazione etico-giuridica il nucleo 'politicista' che allo stesso tempo rende possibile e vincola all'elementare la razionalità politico-giuridica 'hobbesiana', la cui asimmetria a-razionale è concentrata e resa evidente nella 'decisione'.

Per Schmitt il 'politico' non è un progetto, un'ideologia (militaristica, bellicista ecc.), ma un 'fatto originario', o meglio l'ipotesi minima e intrascendibile se si vuole cogliere la costitutività del 'fatto politico'. In questo senso è 'criterio', e non essenza (differentemente dalla curvatura teorica sviluppata da Julien Freund (20)); anche se si tratta di un 'criterio' fatto apposta per qualificare una 'condizione', che non costituirà un'essenza, ma certo si presenta come una 'costante funzionale': pertanto una minima fonte di slittamento semantico e ambivalenza ermeneutica sullo statuto del 'politico' è, a mio avviso, presente già in Schmitt (nonostante tutti i suoi tentativi di sottrarsi a tale rischio 'essenzialista'), e per ragioni perfettamente conseguenti alla funzione euristico-generativa della politicità dell'umano che egli gli attribuisce, la quale in taluni passaggi sembrerebbe rinviare a un'ipotesi ontologica (per quanto negata e inagibile direttamente in chiave 'affermativa', fondativa).

Il 'politico' presuppone l'esperienza di una 'radicalità esistenziale', che nell'ottica schmittiana è l'unico criterio autentico, non venato di moralismo e strumentalizzazioni, di integrità etico-politica. Non basta che si diano contrapposizioni e contrasti, occorre che essi siano 'seri', cioè devono potersi spingere all'estremo del sacrificio personale. Il 'politico' è una lotta che non può escludere di mettere in gioco la vita e la morte, il rischio 'fisico'. In questo senso è vero che, da una parte, dal punto di vista delle mentalità, dei quadri ideologici, narra di un vecchio mondo 'patriottico' e 'nazionale', sostanzialmente perduto (anche se di recente, dopo la caduta dell'equilibrio bipolare, ri-agito reattivamente in chiave di micro-nazionalità e neo-tribalismi etnici). Ma, dall'altro, è giustappunto la matrice persistente e incattivita da cui riemergono gli spettri della violenza (devastanti e ben poco eroici, in quanto sempre più mediati dalla tecnica), della paura per la minaccia all'integrità del proprio mondo (magari disgregato e anomico, ma ricompattabile fantasmaticamente come 'comunità' di fronte al pericolo), del lutto da (ri-)vendicare, della retorica della vita - o del way of life da difendere - come fonte di potenziamento e auto-autorizzazione 'morale'.

La cifra del 'politico' è la sua consequenzialità, una serie di inerenze semplici che talvolta sembrano delineare quasi una forma di tautologia e circolarità semantica. Lo stesso 'gruppo politico' è contenuto a se stesso, è auto-definito dalla propria politicità, ovvero dall'essere - e percepire se stesso - come gruppo che ha un comportamento e una conoscenza concreta della situazione aperta al conflitto decisivo, discriminante rispetto a tutti gli altri (che è un conflitto per essere ancora se stessi, per persistere in quanto gruppo). Il 'politico' è un'auto-identificazione senza contenuto (o meglio, in cui il contenuto non è determinante e può essere ideologicamente vario, purché si leghi all'integrità del 'collettivo'). Per Schmitt un mondo senza tali tipi di appartenenze e tali valvole di sfogo per la conflittualità sarebbe un mondo 'senza politica', mitemente diabolico, da non augurarsi mai. Non esistono, se non nell'apparenza di situazione tranquille, che non sono in grado di prodursi e sostenersi da sole, associazioni politiche di matrice puramente individualistica. Qui si radica il paradosso, l'auto-contraddizione del liberalismo (ma anche la sua forza seduttiva, perché in generale gli uomini preferiscono non curarsi della realtà politica e godersi una 'serena sicurezza', se possono). Esso presuppone, per vigere e funzionare, una dose di politicità trascendente - e se occorre 'eccezionale', soprattutto di fronte a conflitti sociali aspri - che entra in rotta di collisione con la sua 'metafisica spontaneistica', incapace di rendere conto dell'unità politica, assumendone fino in fondo e in modo teoricamente consapevole gli oneri. In realtà, politica per Schmitt è solo la 'comunità' (in quanto unità 'decisa', volontarismo autofinalizzato): "In verità non esiste nessuna 'società' o 'associazione' politica, ma solo un'unità politica, una 'comunità' politica. La possibilità reale del raggruppamento di amico e nemico è sufficiente a costituire, al di sopra del semplice dato associativo-sociale, un'unità decisiva che è qualcosa di specificamente diverso e insieme di decisivo nei confronti delle altre associazioni" (21). L'amico-nemico è in ultima istanza l'unico possibile contenuto 'minimo' e 'certo' della comunità, che viene così azzerata in quanto integrazione etico-sociale stabile e ridotta a concetto polemico. Tali assunti spingono Schmitt a liquidare tendenziosamente ogni forma di solidarismo sociale prodotto per via politica, come ovviamente il pacifismo tout court, anche nelle sue versioni realistiche e istituzionali. Infatti i pacifisti, nel momento in cui volessero fare sul serio, diverrebbero 'polemici', finendo per confermare la 'logica del politico', sebbene credendo di liberarsene in una sorta di 'guerra finale contro tutte le guerre': "Se l'opposizione pacifista alla guerra fosse tanto forte da poter condurre i pacifisti in guerra contro i non pacifisti in una 'guerra contro la guerra', in tal modo si otterrebbe la dimostrazione che tale opposizione ha realmente forza politica perché è abbastanza forte da raggruppare gli uomini in amici e nemici. Se la volontà di impedire la guerra è tanto forte da non temere più neppure la guerra stessa, allora essa è diventata un motivo politico, essa cioè conferma la guerra, anche se solo come eventualità estrema, e quindi il senso della guerra" (22). Il politico è un destino da cui non ci si libera. E se si tenta di farlo è peggio: si finisce per confermarlo a caro prezzo. Da passi come questo, l'ossessiva attenzione di Schmitt volta a evitare riferimenti a presupposti metafisici, il richiamo costante alla storicità di quanto viene analizzato, alla concretezza degli esempi forniti, la sottolineatura della funzione euristica e della valenza formale (per quanto non astratta) del 'criterio' del politico, ricevono se non una smentita, certamente una significativa messa in discussione: il 'politico' come lo pensa Schmitt è radicato in uno statuto antropologico che serba valenze e implicazioni ontologiche, per quanto espresse in chiave 'funzionale' e ridotte all'osso.

Per quanto il modo schmittiano di impostare il problema del rapporto guerra-pace paghi dazio a una certa semplificazione, anche per una sorta di gusto cinico della scarnificazione morale e del rovesciamento paradossale che annichilisce le migliori intenzioni, svelandone il veleno inatteso, tuttavia Schmitt un punto di grande rilievo teorico lo coglie: anticipando lucidamente certe tendenze attuali, evidenzia già nel Begriff i rischi e le derive insite nella moralizzazione anti-politica della guerra, in nozioni quali guerra 'umanitaria' e 'in nome dell'umanità', come se fosse possibile una guerra 'definitiva' e moralmente 'assoluta'; si delinea così la fisionomia di una 'guerra non guerra' a priori giustificata, che si può permettere il lusso morale di de-umanizzare perché veramente 'umana': "Tali guerre sono necessariamente particolarmente intensive e disumane poiché, superando il 'politico', squalificano il nemico anche sotto il profilo morale come sotto tutti gli altri profili e lo trasformano in un mostro disumano che non può essere solo sconfitto ma dev'essere definitivamente distrutto, cioè non deve essere più soltanto un nemico da ricacciare nei suoi confini. Dalla possibilità di tali guerre appare in tutta chiarezza che la guerra come possibilità reale esiste ancor oggi, il che è importante per la distinzione di amico e nemico e per la comprensione del 'politico'" (23).

Il riferimento alla difesa/definizione dei confini consente a Schmitt di rivendicare (in particolare nella nota 25, aggiunta all'edizione del 1963 del Begriff) una nozione 'misurata' di ostilità, funzionale all'unità politica, contrapponendola a un concetto 'assoluto' di nemico - sconfinato, sradicato, senza vincoli realistici -, e perciò dalla valenza polemica illimitata. Un'ostilità, questa, allucinatoria, pericolosa perché intensamente polemogena e discriminatoria, e allo stesso tempo inefficace, incapace di fare ordine assumendo i vincoli della cultura del limes. Il 'buon' nemico, schmittianamente, non può che essere il nemico 'pubblico', il quale implica una dimensione collettiva e una conflittualità la cui valenza non sia riducibile ad affare 'personale' o 'morale'. L'offuscamento di tale 'pubblicità', e la progressiva dilatazione/indistinzione dei confini, dei profili della conflittualità - determinati dal globalismo moralistico e/o tecnocratico, ovvero dall'americanizzazione del mondo - non significa affatto il tramonto dell'ostilità, ma tutto al contrario la sua diffusione e intensificazione. Per Schmitt nozioni come popolo, guerra 'legittima', unità politica sono allo stesso tempo parte costituiva della costellazione semantico-concettuale dell'ostilità e argine, modalità di disciplinamento di essa. Presumere di poterne prescindere - o peggio di 'superarli' - è ingenuità o inganno.

Tra criterio del 'politico', decisione e unità politica vi è dunque un nesso di coappartenza e implicazione. La politicità indica il grado di intensità di un'associazione (e di una dissociazione): la forza di tale dinamica di compattamento escludente è tale da assorbire i motivi 'non politici' che determinano le altre forme di associazione e contrapposizione (religiose, culturali ecc.), sottoponendoli a una curvatura del tutto nuova e peculiare, perfino 'irrazionale' e 'inconseguente' dal punto di vista del punto di partenza contenutistico 'non politico' di quegli ambiti. I condizionamenti e le conseguenze proprie del 'politico' sono impermeabili alle logiche (etiche, economiche ecc.) di tali altri ambiti, mentre esse sono inevitabilmente 'vampirizzate' nel momento in cui vengono attratte nell'orbita del 'politico' (cioè quando la conflittualità interna ad essi acquisisce un 'grado di intensità' - peraltro non definibile quantitativamente ma solo qualitativamente, cioè come autopercezione collettiva mobilitante - tale da produrre effetti politici prevalenti su tutte le altre valutazioni). Schmitt tiene a precisare che qui sovranità e unità debbono essere intese in senso "buono" (24) (qualificazione singolare e infrequente nei suoi scritti), ovvero non come un assorbimento totale e centralistico di ogni ambito della vita individuale, ma solo come capacità di riconoscere e dirimere il caso conflittuale (la cui matrice socio-culturale può essere la più varia) che abbia assunto rilevanza politica complessiva, ribadendo artificialmente - cioè attraverso l'esercizio di un potere che si pone come trascendente le parti in causa - un'omogeneità sufficiente a garantire la lealtà interna al raggruppamento. Le ragioni di tale solidarietà non sono indagate da Schmitt. Il nemico 'esterno' svolge perfettamente la funzione di compattare in modo 'immediato' - quasi fosse una 'briscola' (25) che viene calata sul tavolo della paura -, senza dover mettere a tema le sedimentazioni di senso e le cristallizzazioni di interessi attraverso cui si costruisce realisticamente l'integrazione in società pluralistiche. Il 'popolo' è il soggetto-di-volontà dell'unità politica. Il popolo è allo stesso tempo volontà di unità, oggetto di questa volontà e contenuto unico dell'unità: si evidenzia qui (anche al di là dello specifico schmittiano) la circolarità politica del popolo in ogni discorso di legittimazione 'democratico' o post-tradizionale. Ora, il problema è che, per funzionare, tale circolo rivela sempre in sé la tendenza a produrre un 'Altro' semplice: il nemico. Così, la finzione dell'unità del popolo che la decisione invoca e di fatto presuppone (per produrla forzosamente), in sé ben poco realistica, è una carta tendenziosa che effettivamente può consentire al potere, in contesti difficili, di aggirare le mediazioni e imporre il terreno riduzionista del 'politico' quale pura ostilità produttrice di forma, giocando il tutto per tutto. E' un gioco rischioso, che spesso deve 'inventare il nemico' e addirittura criminalizzarne uno 'interno', quando le ragioni della disgregazione sono endogene, ma che se riesce consente di ridefinire i contorni della legittimità, agganciandola definitivamente al potere che ha scelto di spingersi sul crinale della coppia 'amico-nemico', riattivandone la funzione 'costituente'.

L'identificazione del 'nemico interno' è funzionale, in situazioni critiche, al bisogno di pacificazione. La decisione sovrana e/o costituente, punto cieco e fondativo dell'ordinamento, si nutre dell'ostilità (interna) e la trasforma, neutralizzandola, nella principale risorsa di legittimazione. Ogni ordine, anche costituzionale, nasce contrapponendosi a un 'nemico', portatore di un modello d'ordine fallito, sconfitto, superato (26). Il nuovo ordine è la negazione di esso. Oppure, se l'esito della 'stato di eccezione', del caos politicizzato e risolto dal potere sovrano, è il ristabilimento dell'ordine minacciato, le forze disgregative saranno qualificate come 'eversive', nemiche della legittimità riaffermata. In questo senso, vi è un nesso forte tra 'concetto del politico' e 'teologia politica', matrice agonistica e genealogia del potere, sfida controversistica e vocazione all'unità. Schmitt delinea, nella nota 32 (27), una contratta quanto tendenziosa sequenza di esempi della ricorrente funzione 'produttiva' del 'nemico interno': in Grecia, la decisione popolare seguente alla cacciata dei Quattrocento nel 410 a.C., che identificava in chiunque fosse ostile alla democrazia ateniese un 'nemico' degli Ateniesi; a Roma la dichiarazione di hostis; le prassi intensamente polemiche e discriminatorie dei giacobini, che collocano hors-la-loi i nemici del popolo francese, sulla base di una inesorabile deduzione: la volontà del popolo, una volta manifestatasi (attraverso i suoi interpreti autentici), si identifica con la sovranità stessa e definisce i confini della legittimità (tutto ciò che le è contrario è esterno ad essa e può essere trattato, in quanto estraneo, solo con la spada: non sono possibili terreni comuni di pacificazione). Così come, ed è un esempio chiave, estremamente rivelatore, quando si tratta di eretici: in tali casi, innumerevoli nella storia europea, l'espulsione dalla 'comunità di pace' avviene anche solo sulla base della logica del sospetto, ovvero della mancanza presunta di sentimenti pacifici negli eretici. Significativamente, Schmitt pone sullo stesso piano tanto gli appartenenti a determinate religioni quanto gli aderenti a 'partiti' (ideologici), nella presunzione di pericolosità, ennesima conferma di una lettura della crisi del Novecento tutta condotta alla luce del paradigma delle guerre civili di religione, di una connessione tra esito e origine. L'eretico è costitutivamente una sfida per l'ordine, anche se sembra comportarsi pacificamente: in realtà, in quanto eretico, non può essere pacifico (Schmitt cita qui una massima del De una et diversa religione di Nicolas de Vernuls, 1646). L'irriducibilità esistenziale, che in questo contesto Schmitt coglie e sottolinea con inquietante acutezza, fa dell'eretico il paradigma dell'insidia interna di chi defeziona in nome dell'attaccamento alla propria autenticità, al proprio 'dio' refrattario alle mediazioni istituzionali. E' anche attraverso questo passaggio paradossale - di assolutizzazione di un 'senso' interiorizzato e di apertura al diritto di conversione - che salta l'ordine ontologico-sostanziale premoderno. La soggettivazione della Sostanza, che lacera e disgrega il mondo tradizionale (aprendo lo spazio delle libertà soggettive e della società civile) passa inizialmente, pagando un alto prezzo, anche dall'ostinazione che custodisce e rivendica gelosamente se stessa e i propri convincimenti in rapporto a un 'dio' esclusivo, intimo, e in connessione con tali 'stati devozionali' (28) si soggettivizza. Non a caso, nella lettura di Schmitt, la forza della neutralizzazione hobbesiana consisteva nel suo essere una risposta reattiva all'altezza di tali dinamiche disgregative e assolutizzanti, che ne assumeva il dato di fatto, comprendendone la logica, e allo stesso tempo lo sterilizzava. La sovranità è stata efficace e ancora politicamente nitida, incorrotta, fino a quando ha consentito un contenimento politico di quelle soggettivazioni, costruendo solo libertà private e spoliticizzate: il godimento 'proto-liberale' della vita tranquilla e della prosperità non poteva implicare conseguenze collettive, erosioni e defezioni 'pubbliche', cioè un protagonismo del 'foro interno' auto-espansivo. Un 'freno' che ha finito per essere vittima delle conseguenze sociali del proprio successo. Non a caso, nel 1963 Schmitt aggiunge alla nota che stiamo analizzando un riferimento alla tesi elaborata da Koselleck in Kritik und Krise (fortemente debitrice della lettura schmittiana della modernità e in particolare di Hobbes), che riconduce la logica politica della Rivoluzione francese a quella delle guerre civili di religione. Acutamente Schmitt vede qui il nesso stringente tra la costruzione dello Stato di Rousseau e quella di Hobbes, entrambe centrate sulla nozione di unità politica e sulla proiezione all'esterno del nemico (la volontà generale non è null'altro che questa unità identica a se stessa, l'auto-riferimento di un'universalità politicamente determinata). La guerra civile è la guerra dell'intolleranza: l'ordine moderno il suo rovescio. Un costrutto che si realizza grazie alla canalizzazione istituzionale e all'esternalizzazione di quella logica 'assoluta' dell'auto-identificazione - che è in definitiva il 'politico' -, compresa e utilizzata come 'farmaco'.

Dall'analisi delle caratteristiche che definiscono il 'politico' Schmitt deriva il carattere necessariamente 'pluriverso' della politica (internazionale). Il mondo è 'striato'. Se da un lato la radicalizzazione insita nella concettualizzazione del 'politico' presuppone la crisi dell'aggancio completo della politica allo Stato e una sorta di riesplicitazione polemica di un'energia che altrimenti risulterebbe offuscata, dall'altro l'assetto che il Begriff ricostruisce e mira a rilegittimare è ancora quello per 'unità politiche'. Esse non saranno più 'westfaliane', perché le condizioni storiche e i presupposti socio-culturali sono drasticamente mutati, ma il vincolo che la distinzione amico-nemico impone determina comunque una pluralità di soggettività politiche sulla scena internazionale irriducibili le une alle altre (in questo senso, a noi sembra che Schmitt usi nel Begriff anche una nozione più generale di Stato, quale analogo funzionale di unità politica, con minori presupposizioni specificanti, oscillando tra un senso forte di 'statualità', storicamente determinato, e uno più generico, politologico) (29). Infatti quello di umanità non è un concetto 'politico' (se non in senso indiretto e confusivo, polemico verso la 'forma politica' stessa, o quale strumento di espansione imperialista). Così come l'idea di uno Stato mondiale è una contraddizione in termini, la pretesa di ordinare politicamente la negazione del 'politico': "Se uno 'Stato mondiale' comprendesse il mondo intero e l'intera umanità, esso non sarebbe più un'unità politica e potrebbe essere chiamato Stato solo per modo di dire. Se l'intera umanità e il mondo intero venissero riuniti di fatto sulla base di un'unità solo economica e tecnico-commerciale, ciò non costituirebbe più un''unità sociale', allo stesso modo come non costituiscono 'unità' sociale gli abitanti di un casamento o gli utenti del gas di una medesima fabbrica o i viaggiatori del medesimo autobus" (30).

Il criterio del politico serve a 'salvare' la nozione di unità politica, sottraendosi alla tenaglia tra Stato continentale europeo (in crisi) e Stato mondiale (sintomo e mezzo di un'impostazione ideologica che nell'ottica schmittiana produce la crisi). L'universalismo spoliticizzato si riduce a un'utopia spontaneistica, che lungi dall'abolirli occulta i reali rapporti di potere e alimenta l'autoreferenzialità di un anonimo meccanismo tecnico-economico: "E' però facile chiedersi a quali uomini toccherebbe il potere che è legato ad una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo. Non si può certo rispondere a questa domanda sollevando la speranza che in tal caso tutto 'andrebbe da sé', che le cose 'si amministrerebbero da sé' e che sarebbe superfluo un governo di uomini sopra altri uomini, poiché allora gli uomini sarebbero assolutamente 'liberi': infatti ciò che ci si chiede è proprio per che cosa essi diventano liberi" (31). Lo Stato mondiale - o, più propriamente, un ordinamento omogeneo del globo, alla Kojéve - per Schmitt è volontà di potenza senza soggettività, senza possibilità di rapporto con l'Altro.

Per quanto già nel Concetto di 'politico' Schmitt abbia colto lucidamente i prodromi della crisi dello jus publicum europaeum e della politicizzazione dell'umanità, è solo con il saggio sulla Wendung zum diskriminierenden Kriegsbegriff del 1938 (32) e poi, più sistematicamente, con il Nomos della Terra (33), che le conseguenze per il diritto internazionale classico dell'avvento delle nuove guerre novecentesche - e della loro paradossale ideologia anti-bellica - vengono colte in tutta la loro portata. E' da notare, tra l'altro, che nel '63 Schmitt, rileggendo il Begriff, qualifica la guerra discriminatoria quale guerra tout court 'rivoluzionaria' (34), avendo in mente le guerre 'internazionaliste' in nome della 'Giustizia', quindi sconnesse da un immediato riferimento all'appartenenza politico-territoriale, che segnano l'epoca della 'guerra civile ideologica'. Ma tale tratto 'assoluto' della guerra post-classica, al di là dello specifico riferimento alle ideologie rivoluzionarie del Novecento, si presta, più in generale, a qualificare ogni guerra combattuta in nome di un'etica sradicante, anche quando essa è presentata in versione mite e liberal, quale guerra per la pace e la libertà.

Nel Nomos della Terra Schmitt chiarisce esemplarmente il ruolo giocato dallo Stato moderno quale forza portante (per quanto non esclusiva e in concorrenza con altre, ma in definitiva dotata di spinta propulsiva prevalente) nella definizione di un nuovo modello di diritto internazionale di natura 'interstatale'. Si trattava di un diritto 'europeo-moderno', che si affrancava 'concettualmente' dal paradigma della 'guerra giusta', di eredità medievale, così come dalla tradizione romanistica. Tale mutamento di paradigma fu possibile sulla base di un assetto territoriale che consentì un ordinamento spaziale concreto, basato sull'equilibrio tra gli Stati (reciprocamente riconoscentisi in senso formale/effettivo) in Europa, avendo sullo sfondo gli immensi spazi liberi del Nuovo Mondo , aperti alla conquista e allo sfruttamento perché collocati al di fuori delle regolarità interne dello jus publicum europaeum. (35) Esso rappresentò certamente un significativo esempio di 'razionalizzazione possibile' - cioè una forma di effettiva limitazione della violenza - ma sulla base di una netta asimmetria tra spazi europei ed extra-europei. Anche questa ricostruzione - che da un lato valorizza il portato 'progressivo' del diritto westfaliano e dall'altro ne vede le implicazioni e i costi -, conferma come per Schmitt, non senza motivi ed esempi eloquenti, ogni razionalizzazione politico-giuridica si basi sempre su un cospicuo fondo di 'non-ragione', in questo caso di violenza conquistatrice e brama appropriativa. Uguaglianza e diseguaglianza si intrecciano e presuppongono anche nel diritto moderno, poiché vincolate a un doppio livello di inclusione/esclusione, interno/esterno: quello tra appartenenze agli Stati, e quello che definisce una linea divisoria tra spazi europei e non-europei, al fine di preservare l'eurocentrismo e di consentirne, per certi aspetti contraddittoriamente, almeno per i suoi effetti 'detronizzanti' sul lungo periodo, la proiezione 'oceanica'. Tale doppio livello dello jus publicum europaeum, terrestre e marittimo, politico-territoriale e commerciale, era implicito nel rapporto - problematico ma costituivo - tra sovranità continentali e potenza insulare inglese.

Nell'ambito di quella che Schmitt non esita a chiamare la 'famiglia' degli Stati europei, il passaggio dalla guerra 'giusta' al nemico 'giusto' (ovvero quello legittimo, statuale, incardinato a uno spazio pubblico esclusivo) si accompagna alla deteologizzazione dei conflitti e alla loro 'messa in forma'. E' notevole che per Schmitt anche in presenza di un'autorità spirituale comune e universalmente riconosciuta, come nel Medioevo 'sostanzialista', già si palesasse la possibile connessione tra guerra 'giusta' e guerra 'totale': il Concilio Lateranense del 1139, che aveva vietato l'uso di armi distruttive (per l'epoca) quali frecce e macchine a lunga gittata tra principi e popoli cristiani, tentando apparentemente una limitazione della violenza, venne contraddetto nella sua interpretazione applicativa, che prevedeva una deroga nel caso di 'guerra giusta' (cioè nel caso che una 'parte' si ritenesse e accreditasse nel 'giusto') (36). Le guerre confessionali dei secoli XVI e XVII porteranno alle estreme conseguenze tali germi, trasformando la guerra giusta, inevitabilmente soggetta a dinamica di assolutizzazione, in guerra civile.

Naturalmente, la guerra tra Stati non era priva di violenza e di potenzialità di distruzione; tuttavia, il fatto che essa fosse vincolata ad un'unica soggettività agente, a eserciti identificabili, a chiare distinzioni territoriali, a una monopolio della politicizzazione che escludeva mobilitazioni indirette in nome della verità, cioè collocate al di fuori del circuito della responsabilità politica diretta sintetizzata dal criterio 'protego ergo obligo', ridimensionava il carico debordante della polemicità, mantenendola a quel livello di bassa tensione permanente che, come sappiamo, nell'ottica schmittiana non può né deve essere considerata eliminabile. Solo l'unità (costruita) che nega le parti 'totali', assumendosi l'onere di disarmarle materialmente e ideologicamente, può costituire un 'freno'.

La nozione di guerra che Schmitt difende è una sorta di 'resto' - in qualche modo funzionale a uno sfogo 'misurato' dell'ostilità - che non è qualificabile né come guerra di religione e di fazione, né come guerra coloniale, anzi è reso possibile e acquisisce il suo senso 'giuridico' proprio dalla loro esclusione. Escludendo dall'orizzonte del 'politico messo in forma' le discriminazioni totalizzanti (i nemici come 'criminali', 'pirati', i popoli indigeni come 'selvaggi'), si crea in Europa lo spazio concreto e simbolico per un concetto di nemico "capace di assumere una forma giuridica" (37). Sviluppando un'analogia perlomeno singolare, anche se suggestiva, tra guerra moderna e duello (classico prodotto della civiltà tradizionale dell'onore), Schmitt intende sottolineare come la 'personalità fittizia' degli Stati, il loro essere incardinati in persone fisiche (i sovrani) che rappresentano 'persone pubblico-morali', consente un confronto e un conflitto tra 'partner' che non implica la demonizzazione del 'nemico': "Là dove il duello viene riconosciuto come istituzione, la giustizia di un duello consiste proprio nella netta separazione della justa causa dalla forma, dell'astratta norma di giustizia dall'ordo concreto. Un duello, in altre parole, non è giusto per il fatto che in esso vince sempre la giusta causa, ma perché nella tutela della forma sono assicurate determinate garanzie" (38). La giustizia delle guerra non è più inquadrabile nell'ottica teologico-morale della colpa, non è un problema di 'contenuti'. Le uniche guerre 'giuste' sono quelle condotte da nemici 'giusti', cioè 'legittimi' titolari dello ius belli, nell'ambito di un sistema complessivo ed egualitario di reciprocità, non derogabile né delegittimabile unilateralmente. I soggetti del diritto internazionale hanno nello jus publicum europaeum la qualità 'istituzionale' e 'strutturale' di 'entità politiche', che ne consente la connessione agli altri attori 'analoghi' del diritto internazionale, fornendo un realistico vincolo minimale, escludendo la qualificazione del conflitto bellico in termini di tradimento e criminalizzazione (39). Tale 'evidenza pubblica' delle soggettività politiche internazionali è per Schmitt un'esigenza strutturante ineludibile, da adempiere nuovamente anche dopo la crisi del diritto eurocentrico, nelle forme possibili.

Schmitt non si limita a cogliere il dato 'formale' insito nel concetto di sovranità e la 'geometria' che consente, ma li problematizza in chiave spaziale. Quello dell'auto-obbligazione e dei trattati è un filo sottile, di per sé non sufficiente a spiegare il funzionamento effettivo dell'ordinamento internazionale europeo-moderno. Come nello 'stato di eccezione' interno sussiste ancora un minimum di Recht, di ordinamento, sebbene il diritto in senso normativistico (Gesetz) sia sospeso, così lo stato di natura interstatale infraeuropeo è anarchico (40) (nel senso che non c'è un'autorità terza e superiore), ma non privo di diritto (41). Schmitt adotta la stessa logica tutte le volte in cui si concentra sulle situazioni-limite: tende il filo della giuridicità fino all'estremo, ma senza spezzarlo (o almeno tale è la sua rivendicazione). Ciò consente di guadagnare non solo un altro sguardo sui meccanismi interni al giuridico, smontandoli, ma proprio un altro 'concetto di diritto', intrinsecamente 'politico'. Tale politicità è connessa a una determinazione per 'confini' precisi di uno spazio relativamente omogeneo, "sullo sfondo di immensi spazi aperti dotati di un particolare tipo di libertà" (42) (ovvero, di una libertà diversa da quella possibile entro lo spazio europeo, una libertà 'naturale' espressiva di un'energia che di fatto può dispiegarsi senza vincoli). La 'forza vincolante' è propria dell'ordinamento spaziale eurocentrico, e i sovrani sono compresi all'interno di esso: lo spazio europeo concretamente ordinato - e dissimetrico rispetto al suolo non europeo - funge da 'presupposto'del diritto interstatale. Addirittura, Schmitt si spinge a sottolineare, non senza contraddizioni, dopo aver ripetutamente insistito sulla tabula rasa dell'ordo sostanzialistico pre-moderno determinatasi con le guerre di religione e la crisi della Respublica christiana, come sussistessero ancora, nel sostrato dello jus publicum europaeum, forti vincoli tradizionali (di natura ecclesiastica, sociale ed economica) (43), alleggerendo la portata volontaristica implicita nel modello dell'auto-obbligazione incardinato sulla sovranità (o di una sua lettura puramente soggettivistico-formale). Se in Teologia politica e nel Concetto di 'politico' il presupposto è decisionistico e agonistico, nello Schmitt del secondo dopoguerra il nomos assorbe il 'politico'. Non si tratta di rovesciamenti o opposizioni, ma di due diverse sottolineature e accentuazioni del rapporto perennemente costitutivo tra decisione e ordinamento, volontà e radici, ostilità e spazialità. A Weimar, la produttività dell'origine è data dall'assenza di Fondamento. Nel Nomos, l'accento è sul 'radicamento' (per quanto portatore di un carico asimmetrico 'fondante').

La scoperta della funzione radicante dello spazio (44) per i raggruppamenti umani, la consapevolezza della necessità realistica di 'linee di amicizia' che governino l'ostilità, hanno consentito a Schmitt di cogliere con profetica acutezza, per contrasto, la crisi del mondo globale che stiamo vivendo, o perlomeno la sua logica tendenziale: "Se le armi sono in modo evidente impari, allora cade il concetto di guerra reciproca, le cui parti si situano sullo stesso piano. E' infatti proprio di tale tipo di guerra il fatto che si dia una certa determinata chance, un minimo di possibilità di vittoria. Se questa viene meno, l'avversario diventa soltanto oggetto di coazione. Si acuisce allora in misura corrispondente il contrasto tra le parti in lotta. Chi è in stato di inferiorità sposterà la distinzione tra potere e diritto negli spazi del bellum intestinum. Chi è superiore vedrà invece nella propria superiorità sul piano delle armi una prova della sua justa causa e dichiarerà il nemico criminale, dal momento che il concetto di justus hostis non è più realizzabile" (45). Le conseguenze del potenziamento dei mezzi di annientamento e dello sradicamento spaziale della guerra, gli effetti della combinazione tecnica-finanza-industria bellica, l'ascesa concomitante di un'ideologia opacamente discriminatoria, hanno aperto lo scenario di una inusitata e per ora non ordinabile distruttività. Il vero rischio per l'umanità contemporanea è rappresentato dalla combinazione, che corrisponde a una logica ineluttabile, tra distruttività assoluta e assoluta delegittimazione, perché una forma politicamente realistica e quindi in qualche modo delimitata di ostilità non è in grado di sostenere le implicazioni 'spirituali' - in termini di mentalità e auto-rappresentazione - determinate dalla potenza delle nuove tecnologie militari: "... armi extraconvenzionali presuppongono uomini extraconvenzionali ... L'estremo pericolo non risiede perciò neppure nell'esistenza dei mezzi di annientamento o in una premeditata malvagità dell'uomo. Risiede nella ineluttabilità di un obbligo morale. Gli uomini che adoperano simili mezzi contro altri uomini si vedono costretti ad annientare questi altri uomini - cioè le loro vittime e i loro oggetti - anche moralmente. Devono bollare la parte avversa come criminale e disumana, come un disvalore assoluto. Altrimenti sarebbero essi stessi dei criminali e dei mostri...L'inimicizia diventa così terribile che forse non è più nemmeno lecito parlare di nemico e inimicizia; entrambi questi concetti sono addirittura condannati e banditi formalmente prima che possa cominciare l'opera di annientamento...Solo la sconfessione della vera inimicizia spiana la strada all'opera di annientamento di una inimicizia assoluta" (46). Si delinea così la figura conturbante di un nuovo nemico 'oltre l'inimicizia politica', 'oltre il politico passibile dimessa in forma': una sorta di Altro assoluto e post-politico, de-soggettivato in quanto mero 'oggetto' meritevole di annichilimento etico-tecnologico, condannato necessariamente a soccombere, ad essere inerme di fronte a chi ha i mezzi per distruggere sottraendosi alla qualificazione di 'parte in causa', di attore (con e come gli altri) di un conflitto a cui si appartiene. Nel mondo contemporaneo i nemici sono contemporaneamente interni/esterni; la distinzione tra criminale e nemico è divenuta labile; le guerre si sono fatte 'asimmetriche', sia nel senso della disparità abissale di forza tecnologica ed economica tra le parti, sia nel senso di una qualificazione 'moralistica' priva di reciprocità che distingue, il più delle volte strumentalmente, tra guerre (quelle degli altri) e operazioni di polizia (quelle delle grandi potenze mondiali); i civili - come già annunciato dalle due guerre mondiali - sono sempre più gli 'oggetti reali' delle forme attuali della violenza bellica, i cui effetti sui 'non militari' non sono residuali o collaterali, ma strutturali (l'arte della guerra non è oggi concettualizzabile se non come produzione del 'terrore' in quanto tale). Non a caso, tutti i tentativi finora dispiegati di rispazializzare il conflitto, nell'attuale temperie di 'guerra globale' (47) (Afghanistan, Iraq ecc.), si sono rivelati fallimentari, benché sia certo significativo che come tali siano stati progettati e condotti, in una sorta di paradossale coazione a ripetere, che mentre riproponeva la pura logica della sovranità militare, intensificandola e monopolizzandola globalisticamente alterava le premesse del 'pluriverso politico' in quanto tale.

In una prospettiva schmittiana 'critica', per arrestare tale deriva occorre ricostruire le condizioni materiali e politiche della reciprocità politica (intesa non in senso idealistico, ma come articolazione concreta e bilanciamento di grandi ordinamenti spaziali). Schmitt chiude il Nomos della Terra riprendendo l'esempio eloquente, cui abbiamo già fatto riferimento, del divieto delle armi a distanza varato dal secondo Concilio Lateranense. L'interpretazione della Glossa che ne tradisce l'istanza di limitazione della violenza, in nome del diritto della parte che si ritiene nel giusto a usare ogni mezzo efficace contro la parte 'ingiusta', sembra, dice Schmitt, "di fatto inconfutabile e fa riconoscere un nesso essenziale" (48). Con questa sintetica notazione, Schmitt vuole ancora una volta mettere in guardia dallo scivolamento sul piano inclinato della de-territorializzazione e moralizzazione dell'ostilità. Non è possibile alcuna dimostrazione incontrovertibile, alcun vincolo argomentativo quando le 'ragioni etico-polemiche' definiscono l'identità di una 'parte assoluta'. Tale violenza senza radicamento spaziale, tale ostilità senza diritto perché pretende di averne troppo, serba una tendenza esponenziale e inarginabile. L'unico modo per fermarla è romperne la logica, delegittimarla complessivamente attraverso una realistica operazione di riordinamento 'plurale' della Terra, sottrarsi all'illusione post-politica.


Note

*. Pubblicato su Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, XXXVIII (2009), pp. 43-74.

1. Cfr. N.Bobbio, Teoria generale della politica, a cura di M.Bovero, Einaudi, Torino 1999, pp. 478 ss., 520 ss.

2. Della vasta bibliografia sul Begriff des Politischen, mi limito a citare: Carl Schmitt, Der Begriff des Politischen: ein kooperativer Kommentar, a cura di R.Mehring, Akademie Verlag, Berlin 2003; C.Galli, Genealogia della politica, Bologna, Il Mulino 1996, pp. 733 ss.; G.Preterossi, Carl Schmitt e la tradizione moderna, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 85 ss.; P.P.Portinaro, Materiali per una storicizzazione della coppia amico-nemico, in AA.VV., Amicus (inimicus) hostis, Giuffrè, Milano, 1992, pp. 219-310; J.-F. Kervégan, Hegel, Carl Schmitt: le politique entre spéculation et positivité, PUF, Paris 1992 (in particolare, pp. 133 ss.); V.Holczhauser, Konsens und Konflikt: die Begriffe des Politischen bei Carl Schmitt, Duncker und Humblot, Berlin 1990; H.Meier, Carl Schmitt, Leo Strauss und der "Begriff des Politischen", Metzler, Stuttgart 1988; H.Hoffmann, Feindschaft - Grundbegriff des Politischen? In ID., Recht, politik, Verfassung, Metzner, Frankfurt a.M. 1986, pp. 212 ss.; M.Schmitz, Der Freund-Feind-Theorie Carl Schmitts, Westdeutscher Verlag, Köln und Opladen 1965.

3. E' Schmitt medesimo a richiamare qui il suo saggio sulla 'determinatezza moderna' dello Stato (C.Schmitt, Der Staat als ein konkreter, an eine geschichtliche Epoche gebundener Begriff, in Verfassungsrechtliche Aufsätze, Berlin, Duncker und Humblot, 1958, pp. 375-385. Ma a noi sembra che questo storicismo radicale sia l'altro lato di un tentativo teorico di definizione delle condizioni allo stesso tempo costanti e concrete, non determinate contenutisticamente e tuttavia specificamente funzionali, dell'esperienza politica in quanto tale.

4. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', in ID., Le categorie del 'politico', ed. it. a cura di G.Miglio e P.Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, p. 96.

5. In questo senso Schmitt risponde a Otto Brunner (la cui fondamentale impresa 'storico-costituzionale' molto deve alle intuizioni schmittiane), il quale gli imputava di aver assegnato un carattere concettuale 'positivo' solo al 'nemico'.

6. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., p. 95.

7. Op. cit., p. 97.

8. Se Schmitt ha anche solo minimamente colto nel segno, dobbiamo chiederci: è possibile, e a quali condizioni, pensare quale 'sfera dell'indecidibile' quella dei diritti fondamentali (come sostiene Luigi Ferrajoli, con comprensibili - e per tanti aspetti condivisibili in termini di politica del diritto - intenti di 'supergaranzia costituzionale')? Per pensarla come tale (decidendo artificialmente che sia così, come accade nel costituzionalismo novecentesco), quale rapporto essa deve intrattenere con l'indecidibilità ipotecante del 'politico'? Quale riverbero sui diritti comporta tale connessione aporetica? Il 'politico' decisionistico - insieme ai poteri 'selvaggi' economici - è proprio ciò da cui i diritti fondamentali sono chiamati a difenderci. Eppure, potremmo dire sulla sia di Schmitt, ma ben oltre i suoi assunti, senza un corpo a corpo con tale contraddizione e una sua rideterminazione, senza una consapevolezza e persino un uso del 'politico' da parte della cultura dei diritti, essa si condanna all'ineffettualità e all'astrattezza.

9. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., p. 98.

10. Op. cit., pp. 105-107.

11. Op. cit., p. 115.

12. Cfr. J.Habermas, L'Occidente diviso, trad. it. a cura di M.Carpitella, Laterza, Roma-Bari 2005.

13. Sui rischi insiti in un'applicazione meccanica e strumentale delle categorie giusinternazionalistiche schmittiane alla politica 'globale', cfr. C.Galli, Lo sguardo di Giano, Il Mulino, Bologna, 2008, pp. 129 ss.

14. Come afferma efficacemente Schmitt nella Teoria del partigiano (frutto di due conferenze tenute nel 1962 in Spagna, e concepita da Schmitt come una "integrazione al concetto del Politico"), "l'essenza del Politico non è l'inimicizia pura e semplice, bensì la distinzione fra amico e nemico, e presuppone l'amico e il nemico" (C.Schmitt, Teoria del partigiano, trad. it a cura di A.De Martinis, con un saggio di F.Volpi, Adelphi, Milano 2005, p. 127).

15. "Der Feind ist unsere eigene Frage in Gestalt" (C.Schmitt, Glossarium, Duncker und Humblot, Berlin 1991, p. 247).

16. Per un'impostazione che muove dall'amicizia politica in funzione di un'altra idea e pratica della politica, ma vede lucidamente la costitutività legittimante per il diritto del nesso ostilità-violenza-ordine e l'implicazione possibile tra fratellanza e inimicizia, cfr. J.Derrida, Politiche dell'amicizia, trad. it. a cura di G.Chiurazzi, Cortina, Milano 1995.

17. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., p. 110.

18. L'uso della terminologia hartiana relativa al 'contenuto minimo del diritto naturale' è qui, da parte mia, consapevolmente provocatoria e, per dir così, di 'segno rovesciato'. Anche se la matrice 'hobbesiana' implicita nel riferimento hartiano alla 'sopravvivenza' quale fine minimo di qualsiasi ordinamento, quale presupposto elementare che non si può non assumere al fine di comprendere il concetto stesso di diritto (positivo), a prescindere dai contenuti specifici delle singole norme, è connettibile, seppure da un punto di vista esterno e puramente teorico, con il tentativo schmittiano di esplicitare i presupposti antropologico-politici del dispositivo diritto-pacificazione (anche se la cifra di Schmitt - profondamente diversa in questo senso da quella hartiana - sta nell'assolutizzazione 'politicista' di quei presupposti in funzione del nesso decisione-ostilità).

19. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., p. 116.

20. Cfr. J.Freund, L'Essence du politique (1965), Paris, Dalloz 2004.

21. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', p. 128.

22. Op. cit., p. 119-120

23. Op. cit., p. 120.

24. Op. cit., p. 122.

25. Differentemente da quello che pensa Dworkin, a mio avviso purtroppo la vera 'briscola', la carta decisiva nel campo politico, soprattutto quando le ansie di sicurezza non sono tenute sotto controllo e diventano anzi terreno per la costruzione di egemonie neo-autoritarie, non sono i diritti, ma la paura verso ciò che ci minaccia e per questo ci è 'nemico' (vero, presunto o impastato di realtà e fiction che sia il pericolo).

26. Cfr. l'efficacissima e in qualche modo ormai 'classica' lettura del nesso 'politico'-ordine costituzionale di E.-W.Böckenförde, Il concetto di 'politico' come chiave per intendere l'opera giuspubblicistica di Carl Schmitt , in ID., Diritto e secolarizzazione. Dallo Stato moderno all'Europa unita, ed. it. a cura di G.Preterossi, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 115 ss. (che 'traghetta' il 'politico' schmittiano nell'ambito delle democrazie pluraliste, ritraducendolo nei termini di una necessaria 'omogeneità relativa' intorno a un nucleo di principi fondanti ed 'esclusivi' dell'ordinamento, che ne de determina i 'confini').

27. Cfr. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., pp. 130-131.

28. Cfr. A.Pizzorno, Le radici della politica assoluta e altri saggi, Feltrinelli, Milano 1993.

29. Cfr. C.Schmitt, Il concetto di 'politico', cit., pp. 137-138.

30. Op. cit., p. 142.

31. Op. cit., p. 143.

32. Cfr. C.Schmitt, Il concetto discriminatorio di guerra, trad. it e cura di S.Pietropaoli, Prefazione di D.Zolo, Laterza, Roma-Bari 2008.

33. Sulla teoria giusinternazionalistica di Schmitt, anche nell'ottica delle sue possibili applicazioni alla politica globale e al diritto internazionale contemporaneo, cfr.: K.J.Shapiro, Carl Schmitt and the intensification of politics, Rowman and Littlefield, Lanham 2008;; The International Political Thought of Carl Schmitt, a cura di L.Odysseos e F.Petito, Routledge, London-New York 2007; H.Kleinschmidt, Carl Schmitt als Theoretiker der internationalen Beziehungen, Studien zur internationalen Politik, Heft 2, Institut für internationale Politik, Hamburg 2004; M.Koskenniemi, The gentle civilizer of nations, Cambridge University Press, Cambridge 2002 (in particolare, pp. 415-437, 453-454, 459-465. Sul concetto di nomos, cfr. anche P.P.Pattloch, Recht als Einheit von Ordnung und Ortung, Pattloch, Aschaffenburg 1961 e P.P.Portinaro, Appropriazione, distribuzione, produzione, Franco Angeli, Milano 1983; sulla dottrina dei 'grandi spazi', R.Voigt, Grossraum-Denken, Steiner, Stuttgart 2008.

34. Cfr. la nota 36 del Concetto di 'politico' (op. cit., p. 135).

35. Cfr. C.Schmitt, Il Nomos della Terra, ed. it a cura di E.Castrucci e F.Volpi, Adelphi, Milano 1991, pp. 163.

36. Cfr. op. cit., p. 164-165.

37. Op. cit., p. 166.

38. Op. cit., p. 167.

39. Ancora in questo luogo, attraverso l'elegante riferimento al duello e la critica della criminalizzazione dell'iniziatore di una guerra quale 'aggressore', Schmitt non rinuncia a difendere la Germania portando una stoccata - seppur indiretta - alle potenze 'liberali' vincitrici della prima guerra mondiale, artefici delle accuse ai suoi occhi odiose, ipocrite e strumentali rivolte al Kaiser Guglielmo II in quanto presunto 'unico' responsabile del conflitto, nel tentativo di sottoporlo a un processo per crimini di guerra. Dimenticando però che la portata totale di una guerra 'mondiale' non consente agevolmente di intendere l'inizio di una guerra di tale entità - di chiunque sia la responsabilità - come l'atto di uno 'sfidante'. In ogni caso, sulle effettive aporie della giurisdizionalizzazione della politica e della storia, cfr.: A.Demandt, Processare il nemico, ed. it a cura di P.Portinaro, Einaudi, Torino 1996; H.Quaritsch, Giustizia politica: le amnistie nella storia, ed. it a cura di P.Portinaro, Giuffrè, Milano 1995; D.Zolo, La giustizia dei vincitori, Laterza, Roma-Bari 2006; O.Marquard-A.Melloni, La storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, Roma-Bari 2008.

40. Sul modello 'anarchico' delle relazioni internazionali, che per certi aspetti sembra proiettare su scala mondiale il paradigma 'hobbesiano' dello jus publicum europaeum, sottovalutando le sue precondizioni politico-istituzionali e geopolitiche, che Schmitt mette in evidenza, cfr. H.Bull, The Anarchical Society, Macmillan, London 1997. Per un'analisi del concetto di guerra e delle sue trasformazioni fortemente debitrice nei confronti di Schmitt, ma di uno Schmitt letto alla luce della nozione di 'società anarchica' alla Bull, cfr. S.Pietropaoli, Abolire o limitare la guerra?, Edizioni Polistampa, Firenze 2008.

41. Cfr. op. cit., p. 173.

42. Op. cit., p. 175.

43. Cfr. op. cit., p. 174.

44. Sulla costitutiva 'spazialità' della politica, cfr. C.Galli, Spazi politici, Il Mulino, Bologna 2001.

45. Op. cit., p. 430.

46. C.Schmitt, Teoria del partigiano, cit., pp. 130-131.

47. Cfr. C.Galli, La guerra globale, Laterza, Roma-Bari 2002; ma mi permetto di rinviare anche al mio L'Occidente contro se stesso, Laterza, Roma-Bari 2004.

48. C.Schmitt, Il Nomos della Terra, cit., p. 431.