2011

Il femminismo islamico e il dibattito italiano

Renata Pepicelli

Finalmente anche in Italia si sta sviluppando una vivace riflessione sul rapporto tra donne, femminismo e diritti nell'Islam. Contributi diversi stanno sfatando molti pregiudizi e mettendo in discussione quell'approccio orientalista, e a tratti islamofobo con cui la questione della donna musulmana è stata spesso trattata in questo paese. Una serie di pubblicazioni ha contribuito in maniera significativa all'apertura di un dibattito che si preannuncia fecondo. L'ultimo volume sull'argomento apparso è "Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici" di Anna Vanzan (Bruno Mondadori, 2010), che si colloca all'interno di una stagione che possiamo ormai incominciare a considerare fiorente. Negli ultimi due anni sono infatti stati pubblicati diversi libri sul tema: "Femminismo islamico" della sottoscritta (Carocci, 2010); "Teologhe, musulmane, femministe" di Jolanda Guardi e Renata Bedendo (Effatà , 2009); "Figlie dell'Islam" di Lilli Gruber (Rizzoli, 2008); e spingendosi un po' più indietro nel tempo "Senza velo. Donne nell'Islam contro l'integralismo" a cura di Monica Lanfranco e Maria De Rienzo (Intra Moenia, 2005). Anche giornali e riviste non specializzate, né tanto meno accademiche come "Carta" (a marzo 2010) o "D, La Repubblica delle donne" (a più riprese e ultimamente a dicembre 2010), vi hanno dedicato spazio e attenzione, mostrando una realtà in fermento e in continua evoluzione. Ciò che maggiormente tiene insieme questi lavori è l'idea che le musulmane non sono necessariamente vittime della loro religione e bisognose di essere aiutate, salvate, ma che sono loro stesse protagoniste dell'affermazione dell'Islam nel XXI secolo e in molti casi della sua reinterpretazione e riforma. Molte donne stanno infatti riposizionando la religione al centro della loro vita privata e pubblica, e ne stanno facendo uno strumento di emancipazione e di lotta al patriarcato. Ripercorrendo percorsi, discorsi e pratiche dell'attivismo femminile in una cornice islamica, i volumi sopra citati presentano un'importante e significativa novità: offrono una prospettiva analitica che vuole da un lato abbandonare quell'approccio orientalista che ha caratterizzato molti degli studi sul tema in Italia, e dall'altro rendere giustizia della pluralità di movimenti che attraversano il mondo islamico che seppur attivi su scala globale, hanno caratteristiche locali, legate agli specifici contesti e problemi in cui nascono e operano. Le condizioni delle donne che vivono in Marocco sono ben diverse da quelle delle donne dell'Iran o della Malesia. Non esiste un solo modo di vivere e interpretare l'Islam, così come non esiste "la donna musulmana" tout court, uguale in ogni tempo e in ogni luogo. I paesi musulmani sono diversi per leggi, istituzioni e storia. Lo dimostrano bene libri come il recente "Essere donna in Asia" a cura di Giampaolo Calchi Novati (Carocci, 2010), che dedica diversi capitoli alla condizione delle donne musulmane in paesi quali Iran, Pakistan, Indonesia, India, quelli del Golfo, o anche volumi come "Musulmane rivelate" di Ruba Salih (Carocci, 2008) che ricostruisce la storia della donna nell'islam con uno sguardo particolarmente attento al presente e alle condizioni della diaspora islamica. Perché è importante qui ricordarlo quando le donne migrano si registrano significativi cambiamenti nelle loro vite e nelle vite delle loro figlie, ragazze di seconda se non anche terza generazione. E queste ultime guardano al femminismo islamico con particolare interesse in quanto permette loro di conciliare la pluralità di identità e appartenenze che le riguarda: essere musulmane, occidentali, credenti, praticanti, femministe. Secondo molte di loro, questo movimento non pretende che le donne operino una scelta a favore di un'identità piuttosto che di un'altra. Non è un caso che l'ultimo (il quarto in ordine di tempo) convegno internazionale sul femminismo islamico che si è tenuto a Madrid tra il 21 e il 24 ottobre 2010 (Feminisme Islamic) abbia visto da un lato del tavolo attiviste e teologhe provenienti da paesi quali Iran, Egitto, Stati Uniti, Gran Bretagna, Pakistan, Malesia, Marocco, e dall'altro lato donne musulmane e non, convertite ed emigrate, e soprattutto ragazze di seconda generazione.

Alla conferenza di Madrid sono emerse una pluralità di posizioni interne allo stesso femminismo islamico, che sono eredi o quanto meno hanno un debito di continuità con la grande storia del femminismo. Nel mondo islamico i movimenti delle donne hanno infatti una storia lunga oltre un secolo. I lavori di studiose dell'Islam come Biancamaria Scarcia Amoretti e di arabiste come Isabella Camera D'afflitto mettono in luce che sin dall'inizio del Novecento donne come May Ziyada, Hoda Shaarawi, Dorya Shafiq, e poi più avanti lungo questo secolo Latifa al Zayyat, Hoda Barakat, Ghada Samman, Nawal al Saadawi (per limitarci a qualche nome e al mondo arabo) si sono battute per l'affermazione del diritto all'uguaglianza. A differenze delle femministe islamiche, le loro battaglie non possono però essere incluse in una prospettiva islamica, ma bensì in un quadro di rivendicazioni universaliste, in molti casi legate alle lotte per l'indipendenza contro il colonialismo e agli ideali socialisti e comunisti. Il loro impegno è stato (ed in alcuni casi lo è ancora) da iscrivere nel solco della grande tradizione di femminismo secolare che ha caratterizzato la storia del movimento delle donne, e che oggi continua ad esser significativo nel mondo islamico seppur in difficoltà. Femminismo secolare e femminismo islamico sono oggi quindi le due grandi anime che caratterizzano il movimento delle donne dal Marocco all'Indonesia. Sono anime a volte in contraddizione tra di loro, a volte in aperto conflitto, in taluni casi alla ricerca di elementi di vicinanza e continuità. Si tratta di una dinamica relazionale in evoluzione, in cui non mancano le reciproche accuse di tradimento: nei confronti delle femministe secolari di aver abdicato alla propria cultura, storia, religione a favore di un'idea di emancipazione della donna che nega che la religione possa essere uno spazio di libertà; nei confronti delle femministe islamiche di aver ceduto alle istanze degli islamisti, di essersi piegate a concorrere sul loro stesso terreno, l'Islam, contribuendo alla crescente e totalizzante islamizzazione del discorso politico e culturale, e in più autolegittimandosi come l'unica forma autoctona di femminismo in contesti musulmani.

A ben guardare si tratta di questioni che interrogano tutti noi da vicino non solo perché ci invitano a considerare la dinamicità di un universo troppo spesso banalmente stigmatizzato come monolitico e patriarcale, ma anche perché ci inducono a riflettere su quanto sta accadendo alla questione di genere in Italia e alle difficoltà del movimento femminile in questo paese. L'analisi di quanto sta avvenendo altrove può forse aiutarci a ripensarci, può suggerire nuove prospettive di sguardo sull'altra/altro, ma anche su noi stesse/i. Da tempo Fatima Mernissi, scrittrice, sociologa e femminista (islamica) marocchina, ci invita a riflettere piuttosto che sul velo delle donne musulmane, sulla tirannia della taglia 42 che costringe le occidentali a conformarsi ad unico ideale estetico che pretende omologazioni, sacrifici, snaturamento della propria identità, idolatria di un corpo che si svuota e si fa merce, oggetto di consumo, mentre la capacità di scelta e autodeterminazione da parte delle donne, e in particolare delle più giovani si va erodendo. Un viaggio nei femminismi dell'Islam può quindi essere un'occasione per rimettere in discussione molti stereotipi sul mondo islamico e le sue donne, ma anche per guardarsi con gli occhi delle altre. Si tratta indubbiamente di una sfida importante, e non facile, per i movimenti femministi in Italia perché richiede di accettare l'idea che i percorsi che portano all'emancipazione femminile non debbano necessariamente svilupparsi adottando il modello universalista dell'ideologia femminista cosiddetta "occidentale", "secolare", ma che possano invece realizzarsi per molte donne attraverso l'accettazione e la reinterpretazione critica della propria tradizione culturale e religione. E proprio la questione della religione in quanto spazio di emancipazione può risultare particolarmente spinosa da condividere per una parte del pensiero femminista di questo paese. Ma i tempi sembrano ormai pronti per il confronto e il dibattito. La discussione qui aperta può rappresentare un'importante occasione per ripensare il movimento delle donne in Italia, per includere anche le donne musulmane, migranti e non, nella ricerca di nuovi discorsi e nuove pratiche sulla strada dell'uguaglianza di genere.