2009

Le strategie indiane di gestione delle crisi nella sicurezza e loro possibili conseguenze (*)

Andrea Carbonari (**)

Gentili signore ed egregi signori, mi rendo conto che può sembrare ambizioso pretendere di esaurire nel tempo gentilmente concessomi un tema vasto come quello de Le strategie indiane di gestione delle crisi nella sicurezza e loro possibili conseguenze. E, nei fatti, pur all'interno di una panoramica, mi concentrerò su due questioni fondamentali. Ritengo però doveroso e utile tentare comunque di porre sul tavolo diversi problemi all'intero di una discussione su "Il sorgere dell'India come grande potenza e la sua proiezione sull'esterno: realtà, miti e immagini". L'India che si presenta sulla scena come nuova potenza emergente ha infatti al suo interno una serie di elementi di criticità dal punto di vista della sicurezza che potrebbero mettere in crisi il suo ruolo non solo a livello globale, ma anche a livello regionale.

I temi su cui mi concentrerò in questa relazione sono il contrasto al terrorismo di matrice islamica e la lotta alla guerriglia maoista.

Nell'analisi della situazione di sicurezza indiana a livello nazionale è tuttavia difficile separare le minacce interne da quelle esterne. Diversi gruppi di guerriglia o terroristici, infatti, trovano rifugio e sostegno nelle nazioni confinanti, o hanno legami con formazioni che vi operano. Un caso emblematico è costituito dalla realtà dello Jammu e Kashmir, stato della federazione in cui è attiva una guerriglia sostenuta in vario modo dal Pakistan, con cui l'India ha in corso diverse dispute sui confini. Questo fondersi di elementi interni ed esterni provoca un aggravarsi delle minacce.

Scopo di questa relazione è porre all'attenzione due aspetti sostanzialmente sottovalutati dagli organi di informazione italiani (anche se noti a chi si occupa di queste realtà). Uno è quello della vastità e complessità delle minacce alla sicurezza dell'India (peraltro trattate qui in forma sintetica); l'altro è quello delle ricadute sull'ordine pubblico delle relazioni coi paesi immediatamente confinanti. Prenderò poi in esame le strategie poste in essere per fronteggiare queste situazioni di crisi.

Per esigenze di tempo, non affronterò questioni di politica interna come il ruolo criminalità organizzata o il peso della corruzione; o di politica estera, come quella delle alleanze che Nuova Delhi sta stringendo. Alcuni di questi temi sono o saranno infatti trattati in altre relazioni in programma. Per gli stessi motivi mi limiterò, nella trattazione del ruolo dei soggetti esterni, ad analizzare quegli elementi che influenzano la vita interna dell'India.

I dati forniti da autorità e analisti presentano un quadro per certi versi preoccupante della realtà indiana sotto il profilo della sicurezza. Si calcola che 231 dei 608 distretti che compongono il paese sono interessati a vario titolo da fenomeni di guerriglia o terrorismo. A livello generale, i confini indiani sono il teatro in cui agiscono, come osserva Gurmeet Kanwal, realtà come il terrorismo transfrontaliero, la guerriglia separatista, l'intrecciarsi del traffico di armi e droga, l'immigrazione clandestina. Per Kanwal, la problematicità dei confini non è percepita in maniera chiara dalla leadership politica, e questo si traduce in una mancanza di coordinamento nel controllo delle frontiere, la cui responsabilità ricade su diversi organi. Esso dovrebbe invece costituire una priorità, vista la facilità con cui è possibile sconfinare.

Secondo il Ministero degli Interni, sono 175 i gruppi terroristici attivi sul territorio indiano. Lo stato in cui si registra la maggior presenza di formazioni è il Manipur (39) seguito dall'Assam (36) e dallo Jammu e Kashmir (32). Elaborando i dati di sette stati si ricava che nel Nord Est (al confine con la Cina) sono attivi 115 gruppi. A fronte di questa proliferazione di soggetti eversivi l'Indian Police Service presenta gravi carenze dell'organico. L'Organizzazione delle Nazioni Unite raccomanda che in un paese la proporzione fra agenti e popolazione sia di uno a 450, ossia circa 222 per ogni 100.000 abitanti. In India vi sono 122 poliziotti ogni 100.000 abitanti. L'Intelligence Bureau, il servizio responsabile della sicurezza interna, per controllare una popolazione di più di un miliardo di abitanti dispone di 20.000 uomini (solo il 10% dei quali impiegato sul campo).

Terrorismo islamico e relazioni con Pakistan e Bangladesh

L'esempio più evidente di interrelazione fra realtà nazionale e influenze esterne è costituito dalla frontiera occidentale. Secondo le Forze Armate (FFAA) indiane vari gruppi terroristici di matrice islamica con base in Pakistan attraversano il confine, e colpiscono in territorio indiano, principalmente nello stato dello Jammu e Kashmir. Il fatto che tra i due paesi sia in corso dal novembre 2003 un cessate-il-fuoco per porre fine agli scontri tra i rispettivi eserciti che ha sostanzialmente tenuto non impedisce l'infiltrazione da parte dei miliziani.

Lo Jammu e Kashmir è una parte di un territorio conteso fra le due nazioni. Il mantenimento dell'ordine pubblico in tale area è dunque particolarmente importante per l'India, non solo per la gravità dei fatti che vi accadono, ma anche per i rapporti col Pakistan. Il 41% delle morti dovute ad atti di terrorismo in India nel 2007 (777 vittime) si è registrato nel Kashmir, dove si calcola che siano di stanza mezzo milione di uomini delle Forze di Sicurezza indiane.

Da tempo gruppi politici e formazioni della guerriglia chiedono la demilitarizzazione dello stato, portando come motivazione la progressiva diminuzione (nel corso negli ultimi anni) degli episodi di violenza e dei tentativi d'infiltrazione di guerriglieri dal settore pakistano. Ma le Autorità centrali non intendono rinunciare alla presenza delle FFAA, non fidandosi del trend discendente. Esso potrebbe essere infatti il frutto di una tattica (posta in essere principalmente dal Pakistan) volta a far calare il livello di attenzione degli indiani prima di colpire. Nuova Delhi è disposta ridurre le truppe e a ridislocarle, ma non a lasciare sguarnita la Linea di Controllo, il confine provvisorio lungo 778 chilometri che divide in due il territorio conteso.

Le Confidence Building Measures, quelle misure che nascono in ambito diplomatico per creare la fiducia nelle popolazioni e fra i due vicini, non hanno finora prodotto risultati significativi. Esse hanno riguardato soprattutto il ripristino delle vie di comunicazione interrotte dalle guerre combattute da India e Pakistan.

L'arresto di diversi miliziani islamici originari dell'India (anche in altre zone del paese) porta a ritenere che si stiano creando legami con i gruppi terroristici di diversa piattaforma, in particolare con la guerriglia maoista.

Ma il terrorismo di matrice islamica non agisce solo nel Kashmir. Negli ultimi due anni si sono verificati su buona parte del territorio nazionale diversi attentati (ultimi in ordine di tempo quelli di Jaipur, nel Rajasthan) compiuti secondo una medesima modalità. Ordigni a bassa o media potenza di facile assemblaggio vengono posti in prossimità di quelli che sono definiti "soft targets" (stazioni ferroviarie, mercati, ecc.) e fatti detonare con l'obbiettivo di causare il maggior numero di vittime. Colpendo moschee o templi si cerca, in particolare, di scatenare la violenza fra gruppi etnici e religiosi. Gli attentati sono stati di volta in volta attribuiti a formazioni come lo Students Islamic Movement of India o il Lashkar-e-Toiba, col supporto del servizio segreto pakistano Inter Service Intelligence (ISI).

Secondo gli analisti indiani, l'ISI starebbe poi cercando di ridare slancio al terrorismo di matrice khalistana. Tale movimento, radicato nella comunità sikh, mira alla creazione di uno stato autonomo che comprenda il Punjab indiano. Una serie di misure politiche (ma non solo) poste in essere da Nuova Delhi lo ha nei fatti debellato, o ridotto a presenza marginale. Ma Islamabad, che l'ha sostenuto in passato, vorrebbe riattivare questa minaccia, attraverso il sostegno a gruppi come il Babbar Khalsa International. Nelle intenzioni dell'ISI la guerriglia khalistana dovrebbe saldarsi con quella attiva nel Kashmir.

In questi mesi a Islamabad si sta assistendo a una complessa fase di transizione politica. Finora non sono emersi elementi che facciano ipotizzare un mutamento di atteggiamento nei confronti dell'India.

Va tuttavia chiarito che il terrorismo di matrice islamica ha pure cause non riconducibili all'intervento pakistano o di altre nazioni (come il Bangladesh). Esso trae origine anche dal malessere sociale e culturale di vari settori della comunità musulmana indiana (a seconda delle stime, la seconda o la terza al mondo per consistenza numerica). Il nazionalismo induista (i cui atti di violenza contro la minoranza islamica sono stati nei fatti tollerati, come i massacri del Gujarat nel 2002) contribuisce al sentimento di alienazione avvertito soprattutto dai giovani musulmani, che possono decidere di impugnare le armi per lottare contro una situazione per loro senza sbocco. Indubbiamente l'ISI sfrutta questo malessere, che però nasce da politiche inefficienti poste in atto dalla classe dirigente indiana.

Anche sulla frontiera orientale la situazione non è stabile. Il confine col Bangladesh, lungo il quale si registrano scaramucce e casi di uccisione di persone che sconfinano, è caratterizzato dal fenomeno detto "Enclave e Possessi avversi". In altri termini, secondo gli indiani ci sono 111 loro enclave in territorio bengalese (per complessivi 17.158 acri) e 51 enclave bengalesi in territorio indiano (circa 7.000 acri). Trentaquattro porzioni di terreno rivendicato dagli indiani sono sotto il controllo di Dacca mentre 40 porzioni di territorio bengalese sono sotto il possesso avverso indiano. Il trattato del 1974 per la soluzione di queste controversie non è stato ancora applicato.

Nonostante poi gli impegni presi in tal senso dai bengalesi, diversi gruppi terroristici continuano a utilizzare il loro territorio come base per colpire in India. Secondo la Border Security Force, oltre confine esistono 172 campi di addestramento per terroristi appartenenti a gruppi di diversa ispirazione ideologica attivi sul suolo indiano. Alcune di tali strutture sarebbero gestite con la collaborazione dell'ISI. Tra le formazioni terroristiche si sta affermando lo Harkat-ul-Jihad-al Islami Bangladesh (HuJI-B), ritenuto responsabile o corresponsabile di alcuni dei più recenti attacchi avvenuti in India.

Nuova Delhi osserva poi con preoccupazione l'affermarsi di formazioni integraliste nella società bengalese. La massiccia immigrazione clandestina dal Bangladesh rischia infine di destabilizzare dal punto di vista demografico e politico la situazione negli stati indiani posti al confine. Secondo alcune stime, 11 dei 27 distretti dell'Assam ospitano una popolazione a maggioranza musulmana a causa di tale immigrazione.

La guerriglia maoista e i rapporti col Nepal

A livello tendenziale si nota che i miliziani del Communist Party of India-Maoist (CPI-M) stanno incrementando la loro azione, sfruttando la debolezza dell'opera di contrasto governativa. Secondo stime ufficiali il CPI-M disporrebbe di circa 10.000 uomini in armi e 45.000 militanti. All'interno dei confini dell'India i maoisti hanno creato una sorta di Corridoio Rosso, una fascia di territorio che va dallo stato dell'Andhra Pradesh al Nepal e nella quale hanno consolidato il loro potere.

L'azione di contrasto della guerriglia maoista in primo luogo, ma anche degli altri movimenti insurrezionali (salvo eccezioni), è notevolmente indebolita dalla cronica carenza negli organici delle forze di polizia. Da tale carenza deriva quella nell'opera di intelligence. Ai vuoti nell'organico si aggiunge infine la scarsità di risorse e di addestramento.

Sul fronte politico, si riscontra una sostanziale mancanza di coordinamento nella gestione del conflitto. Essa, per varie ragioni, è affidata principalmente ai singoli stati. Ciò comporta, fra l'altro, una politicizzazione nella lotta alla guerriglia, con strategie e approcci diversi (e in qualche caso divergenti) da zona a zona. Gli osservatori hanno accusato i politici di diversi stati di scendere a patti coi maoisti, e di ostacolare l'azione delle forze di polizia a loro sottoposte per motivi di convenienza elettorale. In diversi casi gli amministratori locali non hanno saputo prevedere (e di conseguenza contrastare) l'affermarsi dei maoisti nel loro territorio.

Dal canto loro i militanti del CPI-M sfruttano il malessere sociale creato, ad esempio, dai trasferimenti più o meno forzati di popolazione dovuti a progetti per infrastrutture pubbliche e private (come acciaierie, ecc.). Secondo l'intelligence indiana, i maoisti sono riusciti a infiltrarsi nei complessi industriali in costruzione col fine di incitare alla rivolta. Essi hanno poi dichiarato di voler collaborare con gruppi terroristici attivi in altre aree del paese.

I legami fra guerriglia maoista indiana e nepalese sono una delle cause principali dell'attenzione di Nuova Delhi per quanto avviene a Kathmandu. La fase di instabilità politica nepalese, col progressivo affermarsi dei maoisti del Communist Party of Nepal-Maoist (CPN-M), che hanno conquistato la maggioranza relativa dei seggi nell'Assemblea Costituente, è visto con preoccupazione dagli osservatori indiani (senza però che Nuova Delhi riesca a porre in essere una strategia efficace). E ciò anche alla luce delle dichiarazioni anti indiane fatte dai vertici del CPN-M in diverse occasioni. L'intervento della potenza meridionale nelle vicende nepalesi è infatti continuamente denunciato dai maoisti. A ciò va aggiunta la definitiva crisi dell'istituto monarchico, la cui difesa costituiva uno dei due pilastri della politica indiana nei confronti di Kathmandu (l'altro era il sostegno al sistema democratico di stampo liberale). Anche se i due movimenti insurrezionali procedono sostanzialmente in maniera autonoma fra loro, la porosità del confine favorisce i contatti.

Un aspetto minore, ma che comunque rischia di costituire un ulteriore motivo di turbamento, è la richiesta di alcuni gruppi di creare uno stato abitato da persone di etnia Gorkha (di origine e lingua nepalese) all'interno della federazione indiana, chiamato Gorkhaland, ritagliando alcuni distretti principalmente dal Darjeeling, nel Bengala Occidentale.

La guerriglia tamil e i rapporti con lo Sri Lanka

Nello Sri Lanka dal 1972 si combatte un conflitto fra Amministrazione centrale e movimenti nati all'interno della comunità tamil. All'origine dello scontro vi è la politica discriminatoria nei confronti dei tamil portata avanti dalla classe dirigente, in prevalenza proveniente dall'etnia maggioritaria cingalese.

La principale formazione guerrigliera sono le Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE), che lottano per uno stato indipendente tamil. Al momento hanno creato un loro territorio autonomo nel nord dell'isola con capitale Kilinochchi, e una propria struttura amministrativa. Le LTTE sono uno dei gruppi con cui il CPI-M sta cercando di sviluppare i rapporti dal momento che sono attive, oltre che nello Sri Lanka, nel Tamil Nadu. In questo stato, il 25 giugno 2007 è stato scoperto un campo di addestramento per i maoisti indiani nel distretto di Theni. Per gli osservatori questi sarebbero interessati ad apprendere dalle LTTE tecniche più sofisticate nella lotta e, in particolare, l'utilizzo di apparecchi aerei nelle azioni di guerriglia. Ma anche come sfruttare i bambini soldato.

Dal canto loro, le LTTE mirano a creare nel Tamil Nadu dei rifugi per sottrarsi alla stretta delle FFAA cingalesi, che hanno strappato loro il controllo dell'est dell'isola e puntano a riprendere quello del nord, che è la roccaforte del movimento.

La nascita di rapporti fra i due gruppi costituisce un evento preoccupante per Nuova Delhi, che, secondo fonti tamil, per correre ai ripari avrebbe firmato dei protocolli riservati con lo Sri Lanka. Da tali accordi deriverebbe, fra l'altro, lo scambio di informazioni di intelligence, soprattutto per quanto riguarda gli spostamenti marittimi.

L'ULFA e i rapporti con Myanmar

Un altro fenomeno insurrezionale attivo entro i confini indiani è quello che reclama l'indipendenza del territorio dell'Assam. In questo stato si calcola che siano attivi 2.115 miliziani armati. L'United Liberation Front of Asom (ULFA), la principale formazione attiva con questo obiettivo (che disporrebbe di 1.200 uomini in armi), sembrerebbe attraversare una fase di crisi. Negli ultimi tempi ha ridotto la sua attività all'utilizzo di ordigni in luoghi pubblici, abbandonando gli scontri diretti con le Forze di Sicurezza. Alle sconfitte subite si aggiungono le diserzioni e i crescenti segnali di malumore presso l'opinione pubblica locale. Nonostante questo, permangono i dissapori fra popolazioni indigene e persone di altra origine. Le prime ritengono che le forze militari, dispiegate per contrastare la guerriglia indipendentista, in realtà intervengono per garantire solo gli indù. I miliziani dell'ULFA finora trovavano rifugio nelle zone di confine del Myanmar (in particolare nel distretto di Sagaing) e del Bangladesh. Ma il miglioramento delle relazioni tra India ed ex Birmania, nonché la difficile fase di transizione politica a Dacca rendono sempre più difficile usare le basi in questi stati. L'ULFA ha perso nel dicembre del 2003 tutte le strutture di cui disponeva in Bhutan in seguito a un'azione delle FFAA bhutanesi.

Nei rapporti col Myanmar la politica estera indiana si articola sulla base di alcune priorità, come l'esigenza di contrastare l'influenza cinese nell'area, il bisogno di sviluppare le proprie forniture di gas naturale e il proseguimento nella lotta ai movimenti insurrezionali attivi nel Nord Est. I miliziani Naga e Mizo attraversano il confine per trovare rifugio e addestrarsi prima di tornare a colpire in India. La cooperazione delle FFAA del Myanmar in questo ambito è fondamentale, e quindi Nuova Delhi non può inimicarsi i militari, che sono al potere. Ma la necessità di tutelare i rapporti con la giunta militare (attualmente bersaglio di campagne di mobilitazione interne e internazionali), rischia di compromettere il ruolo di potenza globale di Nuova Delhi, se non altro dal punto di vista dell'immagine.

Va detto che non è emerso finora alcun sostegno del Myanmar a tali formazioni.

Rapporti con altri paesi confinanti

Cina

Chi scrive ha fin dall'inizio nutrito un profondo scetticismo riguardo l'ipotesi, ventilata da commentatori e giornalisti, della nascita di "Cindia", ossia di una nuova superpotenza frutto dell'integrazione di Cina e India. Troppe sono le questioni aperte e troppi i campi in cui le due nazioni competono tra loro. In alcuni settori dell'establishment indiano si parla addirittura di un tentativo cinese di accerchiare il vicino stringendo alleanze coi governi dei paesi confinanti (in primis il Pakistan). Se l'esistenza di questa strategia è opinabile, difficilmente contestabili sono il maggiore dinamismo e la migliore capacità progettuale mostrati da Pechino. Dal punto di vista geopolitico, la sfida principale è per la conquista di nuove fonti di approvvigionamento energetico. Finora la Cina è sostanzialmente in vantaggio, dal momento che non ha remore nel sostenere regimi manifestamente anti-democratici. Bisogna tuttavia rilevare che, per quanto riguarda il caso Myanmar, Nuova Delhi sta dimostrando notevole spregiudicatezza.

Dal canto suo, Pechino osserva con preoccupazione il recente avvicinamento fra Nuova Delhi e Washington. Le esercitazioni militari congiunte tenutesi nel Golfo del Bengala nel settembre 2007 con la partecipazione dei quattro paesi fanno ritenere che potrebbe nascere un'alleanza quadrangolare fra India, Usa, Giappone e Australia. Appare evidente che, nonostante le dichiarazioni di facciata, tale intesa sembra essere pensata su misura per contenere la Cina.

La questione dell'alleanza quadrangolare e quella della cooperazione nucleare USA-India in realtà solo le più recenti ragioni di contrapposizione fra India e Cina. Ve ne sono di più antiche che i sostenitori della Cindia sembrano dimenticare o sottovalutare. Nell'ottobre del 1962 i due paesi hanno combattuto un conflitto che ha visto Nuova Delhi uscire sconfitta. I cinesi hanno assunto il controllo del settore occidentale del territorio dell'Aksai Chin. Tale conflitto è alla base della reciproca sfiducia fra i due colossi emergenti. Nonostante il riavvicinamento iniziato negli anni Ottanta e il Trattato di Pace e Tranquillità sui Confini firmato nel 1993, la disputa sui confini (identificati dalla Linea Attuale di Controllo) rimane aperta. In particolare, la Cina reclama una porzione di territorio di circa 90.000 chilometri quadrati sotto il dominio indiano (si tratta della zona orientale compresa nei confini dell'Arunachal Pradesh). Un altro territorio conteso è quello del Sikkim. Si sono registrati diversi sconfinamenti e scaramucce fra le rispettive FFAA. Una possibile escalation militare non è quindi da escludersi. Dal 2003 a oggi si sono tenute 11 sessioni di negoziazione fra i due paesi su queste controversie, ma non si è arrivati a un accordo. In un incontro coi giornalisti il 10 giugno 2008 il Ministro per la Difesa A. K. Anthony ha dichiarato che l'India adotterà un approccio conciliante con la Cina nei negoziati, ma non accetterà compromessi per quanto riguarda la sicurezza nazionale.

Bhutan e Maldive

Per quanto riguarda la situazione degli altri paesi confinanti al momento le minacce alla sicurezza interna indiana sono minime. Tuttavia vi sono alcuni elementi di criticità che vanno monitorati. L'attentato del 29 settembre 2007, che ha preso di mira i turisti che erano in visita nell'arcipelago, è stata infatti la spia del crescere dell'estremismo islamico nelle Maldive.

Nel Bhutan, alcuni osservatori si sono spinti a prevedere l'inizio di un movimento di guerriglia di stampo maoista. Il regno asiatico, che ha avviato un processo di democratizzazione, rischia di trasformarsi in stato cuscinetto fra India e Cina, in balia delle dinamiche geopolitiche delle due potenze asiatiche. Al momento è l'India il partner di maggior peso sulle vicende interne di Thimphu, anche sulla base dell'Accordo di Pace Perpetua e Amicizia del 1949. Il 15 dicembre 2003 i bhutanesi hanno lanciato, dietro pressioni di Nuova Delhi, la "Operation All Clear", che ha portato alla cacciata dei militanti indiani attivi nel paese.

Come abbiamo cercato di mettere in evidenza nel corso della nostra panoramica sulle situazioni di crisi che l'India si trova ad affrontare, esistono alcuni elementi comuni. Innanzitutto la mancanza di un'efficace politica di coordinamento fra Nuova Delhi e singoli stati per quanto riguarda la strategia di contrasto dei gruppi eversivi. In secondo luogo, le carenze negli organici delle Forze di Sicurezza nonché nel loro addestramento e nelle dotazioni - Va fatto notare che, sebbene l'India si sia lanciata in una massiccia campagna di acquisizione di sistemi d'arma, poco è stato fatto per migliorare la situazione economica delle truppe. - Infine, le resistenze dei paesi vicini come il Pakistan e il Bangladesh per quanto riguarda la lotta al terrorismo. Il pericolo più grave è la possibile saldatura fra le diverse formazioni eversive, strategia perseguita in particolare dai maoisti. Solo un effettivo ed efficace coordinamento dal centro delle politiche di repressione può sventare tale rischio.

Secondo lo studioso Ravi Sundaralingam, l'India più che una nazione unitaria, è un insieme di comunità divise fra di loro da una miriade di fattori (etnici, culturali, sociali, ecc). Per di più, tale insieme è circondato da nazioni come il Nepal, lo Sri Lanka, il Pakistan e il Bangladesh che sono ritenute, sulla base di una serie di standard internazionali, degli "stati falliti". A tenere insieme l'India sono l'idea di democrazia e il progressivo sviluppo economico e sociale conosciuto dal paese a partire dall'indipendenza. Secondo Sundaralingam, il gigante asiatico dovrebbe costituire un modello per le nazioni vicine di emancipazione dalla loro situazione di crisi endemica. Se in linea di principio si può concordare con questa tesi, non si possono ignorare però i fattori di crisi interna e i loro legami con quelli esterni. Tali elementi di criticità sono stati finora più o meno gestiti sfruttando l'onda lunga del progresso democratico ed economico. Ma se tale sviluppo dovesse conoscere delle battute d'arresto?

In un intervento all'Institute for Defence Studies e Analyses di Nuova Delhi il 10 novembre 2007 il Ministro degli Esteri indiano Pranab Mukherjee ha affermato che per realizzare uno sviluppo economico che sia al contempo rapido e inclusivo l'India (con un quarto della popolazione sotto la linea della povertà) ha la necessità di mantenere degli alti tassi di crescita (intorno al 9-10% l'anno) nei prossimi decenni. Che questo sia possibile o meno, soprattutto pensando alle turbolenze nei mercati dell'energia e dei prodotti agricoli, non spetta a noi dirlo. Ma si può ragionevolmente ipotizzare che, nel caso in cui ciò non si realizzasse, i fattori di criticità si aggraverebbero fino a mettere in pericolo la sussistenza stessa del modello indiano.


*. Relazione presentata al convegno di Italindia - Associazione italiana per l'India moderna e contemporanea, dedicato al tema "Il sorgere dell'India come grande potenza e la sua proiezione sull'esterno: realtà, miti, immagini", Roma 12-13 Giugno 2008.

**. ARGO - Analisi e Ricerche Geopolitiche sull'Oriente (a.carbonari@argoriente.it).