2009
Ripartire dal Mediterraneo: storia e prospettive di un dialogo da ricostruire
Sintesi sul dibattito che avvolge la questione mediterranea
Francesca Annetti
Luogo privilegiato dell'incontro fra Nord e Sud, Est ed Ovest, durante tutta la sua storia millenaria il Mediterraneo ha messo in contatto popoli e civiltà diverse, segnandone l'evoluzione attraverso i secoli.Come molti autori hanno sottolineato, primo fra tutti lo storico Fernand Braudel che a questo mare ha dedicato le opere più intense ed originali (1), la peculiarità del Mediterraneo non sta solamente nella dolcezza del clima o nella bellezza della vegetazione, ma nel fatto di essere un vero e proprio "mare fra le terre" attraverso il quale tradizioni, religioni e culture differenti possono interagire ed arricchirsi dal confronto reciproco; esso è sempre stato una frontiera nell'accezione più positiva del termine, confine proiettato verso l'altro dove la purezza si perde in favore di una contaminazione continua. Nessun impero, neanche quello romano, è mai riuscito a dominare stabilmente questo mare, e nessuna egemonia culturale ha mai caratterizzato la sua storia; la tradizione greca e latina, erroneamente considerata da molti la principale e quasi esclusiva fonte culturale mediterranea, si è invece intrecciata fruttuosamente sia con quella ebraica sia con quella arabo e islamica, generando delle comuni radici storico-culturali che permettono di trattare il Mediterraneo con un'ottica globale ed unitaria che ricomprenda tutte le sue componenti ed il loro essere così strettamente interconnesse.
La posizione geografica e strategica del Mediterraneo costituisce pertanto la sua unicità, tanto che si può parlare di "Modello Mediterraneo", o "Fenomeno Mediterraneo" (2), intendendo con queste espressioni la molteplicità di relazioni dirette, siano esse pacifiche o antagoniste, che grazie alla caratteristica conformazione del bacino si verificano fra i paesi bagnati dalle sue acque. Richiamandosi a questo modello alcuni osservatori hanno riconosciuto l'esistenza di altri due "Mediterranei": il primo si può individuare fra l'America Centrale e quella Settentrionale e Meridionale, formato dal Golfo del Messico ed il Mare delle Antille, mentre il secondo è il mare che si estende tra la Cina, l'Indocina e gli arcipelaghi dell'Asia Sud-orientale. Ma questi insiemi geografici non solo racchiudono un numero minore di stati, ma dal momento che il Mediterraneo Americano è composto da stati tutti eredi della colonizzazione europea del XVI secolo e non è per niente toccato dal mondo musulmano, e quello Asiatico è tutt'oggi sotto l'egemonia cinese, non permettono il crearsi di una vita tanto complessa e ricca come quella del Mediterraneo. È solo nell'area mediterranea che si può osservare la compresenza di così tante culture diverse, con tutte le conseguenze che essa porta con sé; il Mediterraneo è sempre stato un "pluriverso" (3) all'interno del quale le diverse forze che lo animano si sono mescolate fra di loro in un'incessante sovrapposizione i cui segni sono tutt'oggi visibili.
Ma qual è il ruolo giocato dal Mediterraneo nell'attuale scenario mondiale? Quale la percezione che di esso hanno i paesi che ne fanno parte? Ma soprattutto, è il Mediterraneo ancora un "mare fra le terre" dove i diversi popoli possono confrontarsi ed instaurare un dialogo fra pari o ha perso queste sue caratteristiche di pluralismo e inclusività?
Attraverso un'analisi storica accurata è possibile ricostruire l'evoluzione delle relazioni intercorse fra Sponda Nord e Sud, in particolare fra Europa e mondo arabo, per comprendere efficacemente i tratti essenziali della costituzione del pluriverso Mediterraneo e capire se, ed in che misura, essi sono ancora presenti all'interno dell'area. Come è noto, continue interazioni e scambi reciproci hanno plasmato la storia delle due Rive, unendole in un profondo legame rintracciabile nelle molteplici influenze avvenute fra le due aree nei più diversi ambiti, da quello artistico e scientifico a quello filosofico e dell'organizzazione politica e sociale. Anche se non viene sempre riconosciuto unanimamente, la cultura europea, a partire dalla straordinaria esperienza di Al-Andalus, si è formata attraverso il contatto con quella araba e con quella islamica e tante e di ogni tipo sono state le idee che dalla Riva Sud sono state portate in Europa ed adattate al contesto ed alla tradizione locali. Il XVIII secolo poi, con la Rivoluzione Industriale, che consente all'Europa di acquisire un vantaggio tecnologico, economico e militare enorme, e la Rivoluzione Francese, che porta una nuova concezione dello stato e della politica con l'affermazione del concetto di stato-nazione ed il conseguente delinearsi di un nuovo orizzonte politico e sociale, segna un capovolgimento nei rapporti di forza all'interno della regione in quanto l'Europa non musulmana inizia a prevalere sull'Europa musulmana e sull'intero modo islamico, dopo un lunghissimo periodo di vantaggio culturale e strategico di quest'ultimo; nonostante però questo importante mutamento gli scambi fra le due sponde continuano ininterrottamente in entrambe le direzioni. Un bell'esempio di questi intrecci è quella corrente di riforma nota alla storiografia con il nome di Nahda, ovvero "Rinascimento" o "Risveglio", che dalla seconda metà del XIX secolo ha attraversato le società del Mediterraneo meridionale con rilevanti conseguenze sia sulla cultura araba (ed in seguito anche sulle altre culture della regione, quali quella curda, armena, etc.) sia successivamente sul pensiero islamico. Il contatto con l'Europa moderna figlia delle due rivoluzioni induce infatti in questi paesi una forte spinta al rinnovamento che, ispirato al modello positivista allora diffusosi in tutto il vecchio continente, diede vita ad un periodo di grande fervore intellettuale all'interno della cultura araba durante il quale fiorirono riviste, periodici, film ed associazioni culturali che in seguito sarebbero divenute anche politiche. Questo slancio di rinnovamento ebbe in seguito effetti anche sul mondo islamico e molti pensatori musulmani, affascinati dalle idee provenienti dalla Sponda Nord, iniziarono a teorizzare una modernizzazione dell'Islam, rimasto a loro avviso troppo ancorato al passato ed alle antiche tradizioni che, seppur gloriose, lo rendevano incapace di adattarsi velocemente al progresso. L'influsso della Riva Nord è forte anche in altri aspetti: l'Impero Ottomano inaugura nel XIX secolo il periodo delle Tanzimaat, letteralmente "riforme", che intendono ristrutturare l'impero secondo il modello positivista e razionalista europeo, applicando politiche di tipo secolare e introducendo un sistema centralizzato sul modello francese, mentre nelle società arabe inizia a diffondersi il nazionalismo arabo, movimento che, ispiratosi ai movimenti che dopo la rivoluzione francese e le idee da essa affermate si stavano formando in tutta Europa, rivendicava la formazione di un grande stato arabo affrancato dall'autorità turca.
In tutte queste esperienze le due Rive mediterranee si sono influenzate a vicenda inserendo all'interno della propria cultura degli elementi tratti dal confronto con l'altro che, pur essendo appunto ispirati ad esempio esterno, sono però sempre stati introdotti nel nuovo contesto in modo autonomo ed adattati allo scenario locale. Sono quindi queste le caratteristiche essenziali del pluriverso Mediterraneo, che può essere perciò descritto come un incontro fra tradizioni differenti che attraverso scambi reciproci e multidirezionali avviano un dialogo paritario all'interno del quale nessuna forza impone i propri valori alle altre ma al contrario tutte sono in grado di ripensarsi autonomamente intrecciandosi fra di loro.
Proseguendo però con l'analisi storica vediamo che dopo il primo conflitto mondiale la situazione cambia radicalmente ed all'interno del mondo Mediterraneo inizia a consumarsi una grave frattura che intacca gli stessi tratti essenziali del pluriverso Mediterraneo. Già alla fine del 1800 Inghilterra e Francia avevano instaurato un dominio economico nei paesi della Sponda meridionale e dopo la fine della prima guerra mondiale completano la loro conquista con il sistema dei protettorati nati dagli accordi di Sykes-Picot del 1916; nonostante infatti l'Inghilterra avesse promesso ai nazionalisti arabi dello Sherif Hussein la creazione di un grande stato arabo in cambio della loro rivolta contro l'Impero Ottomano, rivolta avvenuta e rivelatasi fondamentale per la sconfitta dell'antico impero, le potenze europee si spartiscono le spoglie di quest'ultimo dando vita ad un sistema di dominio coloniale che provocherà gravi alterazioni nelle società locali. I diplomatici europei tracciano con il loro righello nuovi confini e li impongono alle popolazioni, creando stati prima inesistentisenza tener conto delle diverse componenti etnico-religiose, anzi spesso concedendo privilegi e favorendo al potere alcune classi a scapito di altre, generando così seri problemi per il futuro di questi stati che dopo la decolonizzazione risulteranno deboli, privi di legittimità e segnati da gravi conflitti per il potere e dalle conseguenti divisioni interetniche ed interreligiose. Il tradimento del sogno dell'unità araba e la successiva imposizione di un durissimo modello di sfruttamento coloniale e di imperialismo culturale da parte delle potenze europee generano pertanto una prima divisione all'interno dell'unità del Mediterraneo. Ma è soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che questa divisione si approfondisce. La guerra fredda, durante la quale alcuni stati della Riva Sud, quali Turchia e paesi del Golfo Persico, si alleano con gli Stati Uniti mentre altri, come Siria, Libia e Algeria, con il blocco sovietico, l'autoproclamazione nel 1948 dello stato d'Israele e le successive guerre che ne sono seguite fra questo, esplicitamente appoggiato dagli Stati Uniti e favorito dalla mancanza di esplicite condanne da parte europea verso le continue violazioni dei diritti umani e delle convenzioni internazionali da esso praticate, e gli stati arabi, che lo considerano un avamposto occidentale nelle loro terre da combattere congiuntamente, accelerano il processo di frammentazione del mondo Mediterraneo, processo giunto al culmine con l'emergere degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale, alle cui strategie unilateralistiche l'Europa si è sostanzialmente allineata tralasciando le proprie radici mediterranee e chiudendosi sempre più nella difesa dei cosiddetti "valori occidentali" considerati principi superiori da imporre al resto del mondo.
Le stesse categorie di Nord e Sud, Est ed Ovest, hanno assunto negli ultimi decenni diversi significati. A partire dal 1949 con il discorso di Truman sul sottosviluppo, i paesi del Sud del mondo sono divenuti paesi in ritardo, costretti ad inseguire il Nord sviluppato ed a ripercorrere pedissequamente le tappe da esso dettate per poter finalmente raggiungere progresso e modernizzazione, negando così ogni possibilità di sviluppo autonomo ed alternativo (4). E per il mondo arabo, ovvero l'Oriente, il processo di mistificazione inizia ancora prima: come ha illustrato Edward Said (5), soprattutto a partire dall'epoca coloniale nell'immaginario europeo l'Oriente è sempre stato descritto con un'ottica essenzialista, considerato come l'altro, il diverso, mai descritto attraverso categorie sue proprie ma piuttosto come un'inversione negativa dell'Occidente che nega e rifiuta i suoi valori. L'etnocentrismo sottostante a queste categorizzazioni è lampante. I paesi occidentali, prima con il colonialismo e la loro missione civilizzatrice, poi attraverso classificazioni come quelle appena descritte, impongono il proprio modello al quale tutto il resto del mondo deve convertirsi: esperienze come quella della Nahda, durante la quale una cultura decide autonomamente di introdurre al suo interno delle idee provenienti da un'altra, senza nessuna costrizione ed adattandole alle proprie tradizioni, non sono mai state così lontane. Il pluriverso Mediterraneo rischia oggi di scomparire, distrutto dalle politiche universalistiche ed aggressive dell'Occidente e dal suo tentativo di esportare ovunque la propria cultura, anche a costo di distruggere le altre. Il ruolo del Mare Nostrum è sempre più marginalizzato, sopraffatto dalle derive oceaniche provenienti dal Nuovo Continente; oggi più che mai il Mediterraneo è un mare lacerato. È soprattutto fra Oriente ed Occidente che la tensione ideologica e politica è più forte; nell'arco degli ultimi decenni, soprattutto dopo le "nuove guerre" che le potenze occidentali hanno scatenato o direttamente sostenuto, dai Balcani all'Afghanistan, dall'Iraq al Libano, gli attentati dell'undici settembre, di Londra, Madrid e Casablanca e l'inasprirsi della questione palestinese, l'opposizione fra le due sponde del Mediterraneo si è aggravata fortemente, tanto che esso viene ormai percepito come un'area di insicurezza e di instabilità, culla del terrorismo mondiale ed epicentro dello scontro di civiltà prospettato da Samuel Huntington (6).In particolare dopo l'affermarsi di gruppi islamisti radicali in Medio Oriente il mondo arabo è oggi descritto come un mondo omogeneo, violento e fanatico, che ripudia la modernità ed i valori ad essa connessi, attraverso un'ottica astorica e riduttiva che invece di soffermarsi a riflettere sulle cause di questo fenomeno riduce culture variegate e millenarie a pochi tratti stigmatizzati; Oriente ed Occidente sono pensati come blocchi monoculturali contrapposti fra i quali non sono possibili che relazioni conflittuali.
È proprio in questo contesto invece che l'importanza ed il valore del Mediterraneo, che durante tutta la sua storia è stato al centro di molteplici incontri fra forze differenti nessuna delle quali è mai riuscita a distruggere e sopraffare le altre, devono essere riscoperti. Il Mare fra le terre può infatti essere in grado di demolire questa concezione culturalista, sostituendola con una visione improntata al dialogo ed alla conoscenza reciproca: come dimostrano analisi come quella di Franco Cassano e Danilo Zolo (7), il Mediterraneo è un mare dove i diversi etnocentrismi e le loro derive fondamentaliste, non solo quelle islamiche, ma anche quelle occidentali, incarnate soprattutto nell'obbedienza al libero mercato e nella pretesa di esportare nel resto del mondo i propri valori ritenuti superiori, possono essere contrastati. È necessario che l'Europa si dissoci dalle strategie statunitensi e riscopra le sue radici mediterranee, considerando questo mare come una grande opportunità per instaurare un confronto costruttivo e paritario con tutte le culture variegate che lo attraversano, un confronto all'interno del quale ognuna abbia pari importanza e dignità e nessuna cerchi di prevalere sulle altre, recuperando così le caratteristiche fondamentali del pluriverso Mediterraneo.
Le politiche europee nei confronti del Mediterraneo
Come abbiamo visto quindi il Mediterraneo è oggi attraversato da una grave frattura; i caratteri distintivi del pluriverso sembrano essere venuti meno e le relazioni all'interno del bacino si basano non più su scambi reciproci e paritari ma sull'imposizione unilaterale di una parte sull'altra. Le recenti politiche promosse dall'Unione Europea sembrerebbero però muoversi proprio nel senso di una riscoperta dell'importanza del Mediterraneo e della sua capacità di mettere in contatto le diverse culture che lo circondano. In particolare il Partenariato Euro-Mediterraneo nato dalla Conferenza di Barcellona del 27 e 28 Novembre 1995 ha segnato un profondo punto di svolta nelle dinamiche di scambio all'interno dell'aerea e rispetto alle precedenti strategie attuate dall'Unione nei confronti dei paesi del Mare Nostrum; nonostante infatti fin dalla creazione della Comunità Economica Europea l'Europa abbia implementato numerose politiche rivolte ai paesi della Riva Sud, la maggior parte di queste riguardavano solamente accordi di tipo commerciale e non riconoscevano al Mediterraneo nessun ruolo di particolare rilievo, dimostrando di non aver appreso appieno le enormi possibilità che questo mare può offrire.
Nel trattato di Roma i sei fondatori della CEE riconoscono il principio di associazione economica con i paesi della Riva Sud al fine di contribuire al loro sviluppo ed accrescere gli scambi commerciali costituitisi durante il periodo coloniale. Negli anni '60 vennero stipulati degli accordi con Grecia, Turchia, Tunisia e Marocco, ma erano questi solamente patti bilaterali volti a concedere privilegi commerciali a questi stati in virtù del loro status di ex colonie, secondo un'impostazione paternalistica interessata solo all'aspetto economico e pertanto non in grado di avviare un processo di profonda integrazione regionale (8). A partire dagli anni Settanta alcuni paesi europei, soprattutto Francia ed Italia, iniziarono a fare pressioni affinché la Comunità si concentrasse maggiormente sulla sua dimensione mediterranea (9). Frutto di queste pressioni fu il summit di Parigi del 1972, nel quale i governi europei optarono per un impegno più attivo nei confronti del Sud del Mediterraneo; in riferimento a questo periodo si parla di "Politica Globale Mediterranea", strategia basata sull'attuazione di forme di aiuto economico per lo sviluppo e sulla possibilità per i manufatti provenienti dai cosiddetti paesi terzi mediterranei di accedere al mercato europeo, escludendo però i prodotti agricoli (10). Si applicava quindi un approccio certamente più teso alla cooperazione che però risultava ancora incentrato solamente sulle questioni economiche e non riconosceva gli stati della Sponda Sud come partners specifici e primari. Anche l'implementazione di quest'iniziativa è risultata scarsa: i fondi stanziati per sostenere lo sviluppo della Riva Sud furono esigui e lenti nell'erogazione, e già solo dopo qualche anno dal lancio della strategia la Comunità decise di restringere l'accesso al suo mercato ai prodotti del Sud (11). Come è evidente quindi queste strategie erano quasi esclusivamente di tipo economico; l'obiettivo non era quello dell'instaurazione di una cooperazione onnicomprensiva che toccasse anche altri aspetti, da quello politico e sociale a quello culturale, e avviasse un percorso comune all'interno del quale tutti partecipanti, compresa l'Europa, potessero confrontarsi ed imparare attraverso la conoscenza delle altre culture, ma solo quello di fornire aiuti economici di tipo assistenzialista, in un rapporto di tipo asimmetrico in cui la gerarchia dei rapporti di forza non poteva certo essere messa in discussione. Nel 1992 l'Europa rinnovò il ruolo del Mediterraneo nelle sue politiche tramite il lancio della cosiddetta "Politica Mediterranea Rinnovata", finalizzata a migliorare gli aiuti ed a garantire alle esportazioni dei paesi della Sponda Sud un accesso facilitato al mercato europeo.Nell'ambito di questa strategia furono promosse numerose conferenze nelle quali si affermò la necessità di sanare gli squilibri non solo economici, ma anche politici e sociali presenti fra le due rive (12), ma l'approccio adottato fu ancora una volta di tipo prettamente economico ed i risultati furono insoddisfacenti.
Bisogna attendere pertanto la Conferenza di Barcellona per registrare una vera inversione di tendenza nelle politiche europee. Nella città spagnola infatti si riunirono i 15 membri dell'allora appena costituita Unione Europea e 12 paesi della Sponda Sud, ovvero Algeria, Cipro, Malta, Egitto, Siria, Marocco, Turchia, Tunisia, Israele, Libano, Giordania e Autorità Palestinese, per dare vita al "Partenariato Euro-Mediterraneo". Già la terminologia utilizzata indica l'inizio di una nuova fase nei dei rapporti fra le due Rive in grado di ricucire la frattura apertasi all'interno dell'unità mediterranea: i paesi della Sponda Sud non sono più denominati Paesi Terzi Mediterranei o Paesi in via di sviluppo, ma Partners, indicando l'intenzione di valorizzare il Mediterraneo come obiettivo primario dell'Unione Europea e di perseguire una reale cooperazione fra stati che, seppur diversi per tradizioni e culture, vengono tutti considerati interlocutori di pari importanza con i quali avviare un dialogo pacifico e paritetico che possa arricchire tutti i partecipanti. Sulle orme degli accordi di Oslo fra Israeliani e Palestinesi, Barcellona afferma per la prima volta un sistema di cooperazione multilaterale che supera le precedenti politiche assistenzialiste conformi ad una concezione paternalistica di derivazione post-coloniale dimostratesi incapaci di raggiungere i loro obiettivi, ed enfatizza il ruolo del Mediterraneo considerando questo mare con una visione unitaria che valorizza le continue interconnessioni che avvengono fra i diversi paesi affacciati sul bacino (13). Tra le grandi innovazioni proclamate alla conferenza è di fondamentale importanza il riconoscimento della necessità di abbandonare il criterio settoriale in favore di un approccio onnicomprensivo che non si limiti, come nelle precedenti strategie, al solo aspetto economico, ma leghi quest'ultimo a quello politico, culturale e sociale, dimostrando l'interdipendenza e l'uguale importanza dei diversi campi d'azione e la necessità di instaurare un confronto che riguardi ogni aspetto della vita sociale. Seguendo quest'impostazione il programma di lavoro del Partenariato è diviso in tre capitoli, o volets (14):
Partenariato politico e di sicurezza, volto alla realizzazione di uno spazio comune di pace e stabilità attraverso l'instaurazione di un regolare dialogo politico; l'attenzione è rivolta soprattutto a garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, a combattere il terrorismo, l'immigrazione clandestina e la criminalità organizzata ed a rendere la regione mediterranea una zona priva di armi di distruzione di massa;
Partenariato economico e finanziario, finalizzato alla costruzione di un'area di prosperità condivisa conseguendo uno sviluppo sostenibile ed equilibrato attraverso l'instaurazione entro il 2010 di una zona di libero scambio tra le due rive in grado di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e di aumentare l'occupazione e l'integrazione regionale;
Partenariato Sociale ed Umano, dedicato alla promozione della conoscenza reciproca ed alla ricerca del delicato equilibrio tra il riconoscimento ed il rispetto di culture diverse e l'affermazione di radici comuni; si afferma inoltre l'indispensabile ruolo della società civile nella costruzione di un dialogo non imposto dall'alto ma condiviso dai popoli, secondo il concetto della cooperazione decentrata.
Le innovazioni introdotte con il Partenariato Euro-Mediterraneo sono quindi molte e di notevole importanza; grazie a questa strategia sembrava possibile ricostruire il pluriverso Mediterraneo e le sue caratteristiche principali, ma a più di dieci anni dal lancio dell'iniziativa il bilancio che si può trarre è tristemente deludente. Il processo di Barcellona costituiva per l'Europa una grande occasione per riproporsi come soggetto internazionale forte ed autonomo attraverso la riscoperta del ruolo del Mediterraneo e delle possibilità di confronto che esso può garantire: quest'occasione è stata purtroppo sprecata. Uno degli aspetti più critici riguarda l'impostazione stessa della strategia: pur riconoscendo lo stretto legame esistente fra questioni politiche e sociali e questioni economiche, il processo di Barcellona accorda la sua preferenza a queste ultime, ispirandosi alle logiche del Washington Consensus, all'idea cioè che le liberalizzazioni politiche ed i processi di democratizzazione siano semplicemente l'effetto di liberalizzazioni economiche di stampo liberista e che quindi basti un'apertura progressiva dei mercati a creare uno spazio pacifico senza violazioni delle libertà fondamentali, come propugnato da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Ciò dimostra come l'Europa non sia ancora in grado di proporre una strategia autonoma sganciata dalle logiche economiciste tipiche delle organizzazioni finanziarie mondiali e degli Stati Uniti che di fatto queste istituzioni controllano. L'attuazione stessa del partenariato si è rivelata ben lontana da quel principio di cooperazione multilaterale e paritetica proclamato nella dichiarazione di Barcellona; quest'ultima è solo una dichiarazione d'intenti sprovvista di valore giuridico vincolante e pertanto necessita per la sua implementazione della stipulazione di accordi successivi, i cosiddetti accordi di associazione euro mediterranea (AAEM). Sono questi però patti bilaterali stipulati dall'Unione Europea con ogni singolo paese della Sponda Sud che quindi non aiutano l'integrazione regionale che il Partenariato Euro-Mediterraneo dichiara di avere come obiettivo (15), ma anzi producono politiche fortemente radicate nei rapporti di forza nelle quali l'Europa gioca la parte dell'attore dominante, inibendo la cooperazione Sud-Sud e aumentando la frammentazione del mondo mediterraneo. Il carattere unilaterale e asimmetrico di tutta l'iniziativa è evidente: mentre l'Europa continua la sua tradizionale politica protezionista nel settore agricolo, escludendo i prodotti agricoli dalla zona di libero scambio, e si assicura la stabilità nell'approvvigionamento energetico e l'espansione dei propri manufatti nei mercati dei paesi della Riva Sud, a questi ultimi spetta il peso maggiore della realizzazione del Partenariato economico e finanziario. A questi vengono imposte pesanti ristrutturazioni dei propri sistemi produttivi, soprattutto attraverso cospicue riduzioni della spesa pubblica, audaci liberalizzazioni e privatizzazioni e l'abbattimento delle restrizioni all'accesso ai propri mercati dei prodotti europei, la cui maggiore concorrenza rischia di causare la scomparsa di moltissime piccole imprese locali, aggravando così la già diffusa disoccupazione. Peraltro laddove le privatizzazioni sono avvenute non hanno portato neanche benefici di tipo politico in quanto hanno maggiormente favorito i gruppi vicino alle élites al potere nei regimi del Sud (16), rafforzando questi ultimi e dimostrando come le aperture politiche ed i processi di democratizzazione non sono dirette conseguenze di liberalizzazioni sfrenate ed obbedienza al libero mercato. Secondo il Partenariato per aiutare questi paesi nel loro compito di ristrutturazione l'UE dovrebbe stanziare dei finanziamenti a loro favore, i cosiddetti fondi MEDA, la cui erogazione è stata però spesso troppo lenta ed insufficiente. Ma l'aspetto più critico è dato dal fatto che l'accesso a questi fondi è subordinato all'adempimento di condizionalità che se non rispettate possono giustificare la fine dell'erogazione stessa. Infatti per sottolineare il valore onnicomprensivo del Partenariato ed i collegamenti tra i tre settori dello stesso, i paesi che non rispettano i diritti umani possono essere esclusi dai fondi; ma a decidere quando applicare questa clausola unilaterale e selettiva è ovviamente solo l'Unione, che oltretutto la utilizza con opportunismo economico e politico e non secondo criteri oggettivi, come dimostra il suo continuo silenzio sulle gravissime violazioni commesse da Israele (17) o su quelle compiute nella Tunisia di Ben Ali perché questa ha immediatamente applicato le ricette neoliberiste propugnatele (18). Invece di promuovere un dialogo fra le diverse culture come auspicato anche dal terzo volet del Partenariato, l'Europa ha imposto un Diktat ideologico attraverso prescrizioni dogmatiche alle quali i paesi arabi devono acriticamente adattarsi. Anche alla società civile infine non è stata concessa l'importanza assegnatale dalla Dichiarazione di Barcellona, negando alle popolazioni il loro importantissimo ruolo nella creazione di uno spazio mediterraneo pacifico e condiviso (19).
Molti aspetti del processo di Barcellona sono insomma sostanzialmente falliti, a cominciare dalla zona di libero scambio il cui termine fissato per il 2010 si avvicina senza incontrare significativi risultati concreti. Dopo Barcellona il Mediterraneo rimane purtroppo un mare diviso. Soprattutto sono state gravi e numerose le difficoltà ad avviare proprio ciò che doveva essere contemporaneamente il fine ed il mezzo dell'intera iniziativa, ovvero un dialogo paritario e per questo costruttivo; in particolare dopo l'undici Settembre l'attenzione dell'Europa si è concentrata quasi esclusivamente sui temi della sicurezza, del terrorismo e della lotta alle migrazioni clandestine, considerati peraltro tutti pericoli provenienti dal Sud del Mediterraneo, facendo in questo modo passare in secondo piano gli altri obiettivi, in primis proprio quello dell'integrazione mediterranea, e rendendo estremamente difficile l'avvio di un cammino condiviso con i paesi arabi. Queste difficoltà sono emerse chiaramente durante la conferenza organizzata per celebrare i 10 anni del Partenariato, svoltasi a Barcellona nel 2005. Le preoccupazioni europee hanno monopolizzato l'agenda dell'evento: sicurezza, terrorismo e lotta all'immigrazione clandestina sono i principali argomenti trattati nei documenti (20) adottati dalla conferenza, lasciando così poco spazio agli argomenti che più interessavano i paesi arabi che per protesta hanno inviato solo delegazioni di basso livello e generando forti tensioni fra i partecipanti all'iniziativa, in particolare riguardo alla definizione del concetto di terrorismo, sul quale non si è raggiunta nessuna posizione comune (21).
Se quindi con la Dichiarazione di Barcellona l'Europa sembrava ripensare e valorizzare il ruolo del Mediterraneo, considerandolo come un'enorme opportunità di dialogo e di incontro con i paesi arabi, il carattere unilaterale ed eurocentrico della sua implementazione e soprattutto lo spostamento di tutta l'attenzione, in conformità con l'agenda delle priorità dettata dagli Stati Uniti, verso i temi della sicurezza e dell'antiterrorismo dimostrano come la percezione europea del mare nostrum sia quella di un mare lacerato, area di rischio dalla quale possono provenire solo minacce per la stabilità e l'identità occidentale. Questa visione è confermata dal lancio unilaterale nel 2003 di una nuova iniziativa dell'Unione, la "Politica Europea di Vicinato" (22). Il ruolo del Mediterraneo viene ulteriormente limitato nell'ambito di questa strategia rivolta a tutti i paesi limitrofi dell'UE, in quanto i paesi mediterranei non sono più considerati partners specifici con i quali instaurare un confronto multilaterale, ma esclusivamente dei vicini con i quali stabilire niente più che buoni rapporti di vicinato. Oltretutto nella nuova strategia europea la ricerca da parte dell'UE di buoni rapporti con i proprio vicini è finalizzata anche e soprattutto a scongiurare i possibili pericoli che essa ritiene provengano dal Sud del Mediterraneo, rimarcando ed aggravando così la frattura esistente fra le due sponde. L'Europa passa quindi dal promuovere un co-sviluppo mesoregionale che riconosceva la specificità del Mediterraneo e ne esprimeva perfettamente le potenzialità alla reintroduzione del criterio bilaterale e competitivo nei rapporti con gli altri singoli stati in una politica fortemente eurocentrica e unilaterale secondo la quale gli altri paesi possono stringere rapporti di buon vicinato con l'Unione solo se affermano acriticamente di riconoscerne i valori ed i principi, eliminando così ogni possibilità di confronto con le forze che da secoli hanno contribuito alla sua storia; il cambiamento apportato è talmente profondo che molti vi hanno visto la fine implicita del Partenariato.
Risulta chiaro insomma come anche dopo il Partenariato le relazioni all'interno del Mediterraneo si basino ancora non più sugli scambi e sul confronto reciproco, ma su imposizioni e limitazioni di una parte sull'altra. L'Europa detta le sue regole e si rifiuta di mettere in discussione i propri valori ritenuti superiori; nonostante il grande punto di svolta rappresentato dalla Dichiarazione di Barcellona e la rivalutazione da parte dell'UE del ruolo del Mediterraneo che in essa è stata espressa, nella pratica le strategie europee hanno decisamente contraddetto lo spirito e gli obiettivi solennemente proclamati nella città spagnola, impedendo in questo modo la costruzione di un reale pluriverso multicentrico che invece la storia millenaria della regione indica come possibile ed auspicabile. Il Mediterraneo rischia in questo modo di perdere definitivamente le sue caratteristiche di pluralismo ed inclusività.
Due rive che si allontanano?
Le recenti politiche promosse dall'Unione Europea hanno quindi fallito il loro obiettivo: nessun passo avanti è stato fatto verso la ricostituzione del pluriverso Mediterraneo ed anzi i rapporti all'interno del bacino sembrano oggi più che mai di tipo conflittuale. La situazione in cui versa l'area mediterranea è preoccupante, e il profondo divario economico, politico e sociale fra le due sponde si allarga sempre più.
Fino alle rivoluzioni moderne le sponde sud-orientali erano integrate nel mercato mondiale ed in grado di competere con le economie della Riva Nord; successivamente però, con la progressiva diffusione degli effetti della rivoluzione industriale, l'area meridionale iniziò a sperimentare una veloce emarginazione economica finendo a far parte della "periferia" del mercato mondiale (23). Con la dissoluzione dell'Impero Ottomano e la creazione dei primi protettorati inglesi e francesi nella regione il gap tra le due Rive così iniziato si è aggravato ed è perdurato fino ad oggi, ingrandito da diversi fattori quali gli aggiustamenti strutturali imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali dalla seconda metà degli anni Ottanta in quasi tutti gli stati del Mediterraneo meridionale o il difficile e caotico clima politico che ha caratterizzato queste nazioni per gran parte della loro storia (24). Negli ultimi anni non si è assistito a nessun tipo di miglioramento ed anzi per molti versi la distanza si è allargata: se da un lato i progressi tecnologici, soprattutto nel campo dei trasporti e dei mezzi di comunicazione, permettono di restringere gli spazi nella regione, dall'altro le performance economiche all'interno di questa sono notevolmente diversificate fra Nord e Sud, basti pensare per esempio che tre nazioni della Sponda Nord, ovvero Francia, Italia e Spagna, totalizzano da sole l'ottanta percento del reddito dell'intero bacino, mentre i risultati delle economie della Sponda meridionale continuano a decrescere, ad eccezione di quelli di Israele che registra livelli di reddito prossimi a quelli dei paesi più avanzati (25). E la situazione va progressivamente aggravandosi non solo dal punto di vista economico: i cosiddetti paesi terzi mediterranei non fanno progressi rilevanti nel loro indice di sviluppo umano che rimane estremamente basso (26), e le spese per le politiche sociali e di welfare in questi stati stanno diminuendo drasticamente: le spese dedicate alla sanità sono scese in Algeria da 103 dollari pro capite nel 1990 a 64 dollari nel 2001, e in Siria sono passate da 42 dollari pro capite nel 1990 a 30 dollari nel 2001; una condizione nettamente differente da quella di cui possono godere i cittadini dei paesi della riva Nord (27). A questo si aggiunge la stratificazione sociale sempre più marcata all'interno delle società del Sud, dove gli strati più poveri della popolazione si allargano costantemente e la qualità della vita di queste classi sociali peggiora di giorno in giorno.
Il divario fra le due Rive va insomma acutizzandosi: l'obiettivo della prosperità condivisa promesso dal Partenariato Euro-Mediterraneo è ancora ben lontano dal realizzarsi e gli effetti di questo ritardo si fanno sentire sempre più pesantemente. Solo con una reale integrazione e una seria cooperazione fra le due rive sarebbe possibile sanare questo squilibrio, ma come abbiamo già visto questo traguardo è ben lontano dall'essere realizzato. Ciò che è più grave è che la frattura apertasi all'interno del mondo mediterraneo aggiunge a questo gap politico ed economico una lontananza culturale che rischia di aggravare le già difficili condizioni dell'area, una frattura che l'Europa, con i suoi atteggiamenti di chiusura verso i paesi arabi, contribuisce ad approfondire. Tutto ciò è particolarmente evidente se prendiamo in esame il fenomeno migratorio all'interno del Mediterraneo e si analizza come questo viene affrontato in Europa.
Le due rive differiscono enormemente sia per quanto concerne il livello numerico che per quanto concerne la struttura per età delle loro popolazioni. Mentre i paesi che fanno parte dell'area settentrionale del bacino sono caratterizzati da una crescita pressoché nulla, quando non proprio negativa, delle loro popolazioni, quelli della zona Sud registrano alti tassi di crescita dovuti soprattutto ai loro elevati tassi di fecondità, la cui conseguenza più evidente si può leggere nella struttura per età di queste popolazioni che suggeriscono come la componente giovanile costituisca la maggioranza degli abitanti dei paesi della Riva Sud, mentre nella Riva Nord sono le classi più anziane ad essere maggioritarie (28). Questi squilibri nelle rispettive piramidi delle età fanno sì che la pressione sociale sia molto intensa nelle società della costa meridionale del Mediterraneo, a causa della presenza di questo elevato numero di giovani che cercano di immettersi nei locali mercati del lavoro senza ottenere risultati soddisfacenti, situazione questa resa ancora più grave dal fatto che nella Sponda Sud, al contrario che in quella Nord, i grandi centri urbani che esercitano una grande attrazione come poli di destinazione dei flussi migratori sono un numero esiguo e si affollano quindi di migranti in cerca di maggiori possibilità, divenendo così metropoli di difficile gestione (29). Queste condizioni, unite al già descritto divario economico e politico esistente fra le due sponde, hanno come ovvia conseguenza l'aumento dei flussi migratori all'interno del bacino, facilitati dalla sua conformazione geografica che agevola enormemente gli spostamenti. Secondo i dati forniti dall'Unione Europea sui migranti di prima e di seconda generazione sarebbero complessivamente circa 10,6 milioni le persone stabilitesi in Europa che hanno legami diretti con gli stati del Mediterraneo meridionale (30). Questo avviene soprattutto perché ai tradizionali paesi di immigrazione del vecchio continente, come Francia, Germania e gli stati settentrionali, dagli anni Ottanta si sono aggiunti come possibili destinazioni i paesi meridionali, come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, che sono passati dall'essere società di emigrazione all'essere prima paesi di transito e poi, grazie all'aumento della loro richiesta di manodopera, all'espandersi del loro mercato del lavoro sommerso ed alle restrizioni alle immigrazioni effettuate dai paesi del Nord Europa, paesi di immigrazione definitiva (31). L'aumento dei flussi provenienti dalla Sponda Sud dimostra fra l'altro, come aveva dimostrato precedentemente il cospicuo numero di migranti originari del Sud-Est Asiatico o quello elevato degli spostamenti dal Messico agli Stati Uniti, che le ricette neoliberiste non riducono le migrazioni, come sostenuto da queste teorie economiche, in quanto liberalizzazioni, privatizzazioni e delocalizzazioni portano benefici solo a pochi settori sociali, aggravando contemporaneamente le condizioni dei già vasti strati poveri della società (32).
Gli effetti di questo imponente fenomeno migratorio sono molteplici. Per i paesi di provenienza le migrazioni rappresentano un'importante valvola di sfogo per quelle porzioni di società più emarginate che quindi emigrando non costituiscono fonti di rivolte sociali e di problemi per i regimi; d'altra parte però questo vasto esodo rischia di alterare in maniera permanente la struttura per età di queste popolazioni, con effetti che possono incidere in modo cospicuo per esempio sul locale mercato del lavoro. Un altro elemento da segnalare è l'importanza delle rimesse che i migranti inviano nelle società di origine che permettono di alleviare le condizioni di chi è rimasto e vengono spesso utilizzate per finanziare importanti progetti di sviluppo in loco. Nonostante diversi studi abbiano dimostrato come la maggior parte dei migranti venga impiegata nei lavori definiti pericolosi, difficili e sporchi (le cosiddette tre D: Dangerous, Demanding and Dirty) che i lavoratori nazionali si rifiutano di fare, nelle società di arrivo l'argomento più utilizzato per cercare di restringere l'accesso alle frontiere è proprio quello della possibile concorrenza nel mercato del lavoro che condurrebbe ad una maggiore disoccupazione della manodopera nazionale, ignorando invece i possibili benefici che i flussi migratori possono apportare, quale per esempio l'effetto di ringiovanimento della popolazione dovuto al più elevato tasso di fecondità dei migranti ed al fatto che la maggioranza di essi appartenga a giovani fasce d'età.
L'aspetto più controverso resta comunque quello dell'integrazione, un'integrazione spesso difficile e costosa, i cui clamorosi fallimenti sono sotto gli occhi di tutti, ma che necessita di essere perseguita con attenzione e rispetto per le altre culture, in modo da poter diventare una grande opportunità per conoscere più a fondo popoli e tradizioni diverse e stringere con essi contatti più stretti e pacifici. Le migrazioni sono sempre state presenti nella storia del Mediterraneo ed hanno contribuito profondamente alla circolazione delle idee e dei saperi all'interno del bacino, partecipando alla formazione di quelle radici culturali comuni che appartengono a tutti i popoli delle due rive. La visione che l'Europa attualmente mostra di avere verso le migrazioni sembra però non riconoscere a questo fenomeno tali importanti peculiarità: per l'Unione i flussi migratori devono essere controllati e i confini severamente pattugliati per non mettere a rischio sicurezza e stabilità.
Fin dagli inizi degli anni Novanta la questione del controllo dei flussi migratori è considerata di fondamentale importanza da parte di tutti i paesi europei, in particolare la diminuzione dei flussi, la lotta all'immigrazione clandestina, la stipulazione con i paesi di provenienza di accordi di riammissione e l'eventuale introduzione di quote all'ingresso sono gli obiettivi primari delle politiche migratorie europee e, soprattutto dopo l'entrata in vigore del trattato di Schengen, l'importanza riservata al controllo delle frontiere e al rafforzamento della loro sorveglianza è divenuta sempre più cospicua (33). Parallelamente a questo accresciuto interesse verso il fenomeno migratorio, l'Unione Europea ha iniziato a concentrarsi maggiormente anche sul tema della sicurezza; la stessa Conferenza di Barcellona nasce sulla scia di alcuni accordi redatti precedentemente e riguardanti proprio questo tema, come per esempio l'esperienza della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) che nell'Ottobre 1990 ha ispirato l'idea di promuovere un'analoga istituzione, la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo (CSCM), volta a istituire delle relazioni di buon vicinato con i paesi del bacino per risolvere i problemi politici e di sicurezza di quest'area (34). Ma ciò che è soprattutto più grave e il fatto che dopo l'undici Settembre e la successiva ascesa del terrorismo al primo posto dell'agenda politica dei paesi occidentali, queste questioni diventano prioritarie e sovrapposte: le politiche migratorie e quelle sulla sicurezza sono state infatti sostanzialmente fuse assieme, come dimostrato dai documenti successivamente approvati dall'UE e in particolare il Piano d'Azione redatto alla Conferenza di Valencia nel 2002 che in nome della guerra al terrorismo giustifica l'inasprimento delle politiche migratorie (35). Il migrante è diventato una minaccia da guardare con sospetto, soprattutto ovviamente se proviene da paesi arabo-islamici. Come abbiamo visto la sicurezza è uno dei temi principali dello stesso Partenariato Euro-Mediterraneo e la sua centralità è stata ribadita ancora di più con il passaggio alla Politica Europea di Vicinato nel 2003; nell'ambito di questa strategia infatti gli stati che aspirano a diventare "buoni amici" dell'Unione devono accettare di stipulare con essa accordi di riammissione ed impegnarsi ad operare un controllo più rigido delle proprie frontiere (36). Ecco quindi come l'attuale clima di chiusura e di scontro incide sul fenomeno migratorio: l'Europa deve proteggersi dalle minacce provenienti dal Sud del Mediterraneo, in particolare le cosiddette due bombe, quella islamica e quella demografica, in un'ossessione securitaria che si riflette sull'inasprimento delle sue politiche migratorie, trasformando il vecchio continente in una fortezza la cui preoccupazione primaria è la difesa dei propri valori e principi e mettendo al centro delle sue politiche il rispetto dei confini, in una dura logica di inclusione/esclusione (37). Solo chi può servire alle economie della riva Nord può attraversare quei confini: le politiche dell'UE, compreso il Partenariato, sembrano avere come scopo la creazione di un bacino di mobilità relativa limitata ai gruppi sociali della riva Sud con più capitale umano.
Questo crescente clima di insicurezza e di pericolo ha ovviamente grandi ripercussioni sulla percezione che i cittadini europei hanno nei confronti dei migranti, soprattutto quelli provenienti dal Sud del Mediterraneo; in un contesto dove la maggior parte dei discorsi politici e dei dibattiti pubblici ruota attorno al problema della minaccia del terrorismo, inteso praticamente esclusivamente come terrorismo di matrice islamica e avvertito come problema riguardante soprattutto l'Europa data la sua vicinanza geografica ai paesi arabi, la sfiducia verso le persone provenienti da questi stati e la chiusura dei cittadini europei nei loro confronti è un'evidente conseguenza. In un sondaggio effettuato nel 2005 commissionato dalla Fondazione Nord Est e da LaPolis, la rilevazione realizzata su sei nazioni appartenenti all'Unione Europa, tre entrate a farvi parte nel 2004, cioè Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, e tre membri fondatori, ovvero Italia, Francia e Germania, mostra come i migranti originari dei paesi arabi sono quelli verso i quali i cittadini di tutti gli stati analizzati nutrono in assoluto meno fiducia (38).
Il problema più grave che sorge in situazioni di questo tipo è legato al fatto che la marginalizzazione a cui vengono sovente sottoposti questi migranti può indurli a rinchiudersi nella loro diversità, in un processo di progressiva differenziazione e allontanamento reciproco i cui effetti possono essere, ed in passato sono spesso stati, disastrosi. Questi migranti infatti vengono di frequente considerati come appartenenti ad una cultura violenta ed incompatibile con i principi di propri di quella europea, ma in realtà nella maggior parte dei casi si registra una profonda ignoranza delle culture araba e musulmana, rappresentate semplicemente con pochi tratti stigmatizzati e riduttivi e senza una loro reale conoscenza. Questa ignoranza, unita alla chiusura che l'attuale clima xenofobo genera nei confronti dei migranti del Sud del Mediterraneo, impedisce purtroppo di vedere le diverse sfaccettature che compongono le culture arabe ed islamiche e di riconoscere come in realtà i migranti che si stabiliscono in Europa non importano con loro in modo durevole gli usi e i costumi delle loro società di origine, ma subiscono un processo di adattamento alla nuova società, non nel senso che vengono assimilati dal modello dominante, ma nel senso che i valori e le tradizioni di cui sono portatori vengono da loro reinterpretati alla luce del nuovo contesto sociale, non costituendo quindi nessun pericolo per l' "identità" europea, ma al contrario arricchendola enormemente (39). L'importanza della conoscenza e del rispetto delle altre culture è fondamentale per la costruzione di un'integrazione e di un'inclusione soddisfacente sia per i cittadini europei che per i migranti; l'ossessione europea per la sicurezza e l'antiterrorismo e le sue conseguenti politiche migratorie fortemente restrittive rischiano di far allontanare ancora di più le due rive.
Le migrazioni invece dovrebbero essere considerate un'enorme opportunità per confrontarsi con le altre culture, come la storia millenaria del Mediterraneo e dei continui viaggi e scambi fra popoli diversi che lo hanno attraversato insegna; grazie infatti ai migranti si possono instaurare profondi rapporti di cooperazione che uniscano le società di arrivo e quelle di partenza, tramite ad esempio il fenomeno delle rimesse già citato precedentemente che permette di finanziare e realizzare progetti di sviluppo nei paesi di origine dei migranti, creando con essi un legame diretto. Attraverso le migrazioni i diversi popoli hanno la possibilità di incontrarsi e di convivere, scoprendo le tradizioni altrui e non barricandosi nella protezione delle proprie, ma anzi riflettendo criticamente sui propri errori e imparando dal confronto con gli altri; ma perché ciò possa accadere l'Europa deve abbandonare i propri metodi polizieschi e favorire un clima di fiducia reciproca che possa portare ad un effettivo dialogo, non dipingendo quindi la cultura islamica come una cultura violenta e retrograda che rifiuta la modernità ed i valori europei legati ad essa, ma anzi impegnandosi per conoscerla in modo più approfondito.
Il fenomeno migratorio, specie quello proveniente dai paesi arabi, è un fenomeno ancora poco studiato e di conseguenza altrettanto poco compreso (40); l'Europa dovrebbe dimostrare di comprendere non solo a parole che è soprattutto la crescente asimmetria fra le due Rive, di cui essa è in gran parte responsabile, a generare questi vasti spostamenti (41), ed adoperarsi seriamente per cercare di risolverla e realizzare un clima non più repressivo che permetta una convivenza armoniosa fra i propri cittadini ed i migranti, cogliendo le opportunità di integrazione che le migrazioni possono offrire. I migranti potrebbero in questo modo riuscire laddove il Partenariato Euro-Mediterraneo ha fallito: portatori di culture e tradizioni diverse, mescolandosi con le società di arrivo possono ricreare quegli scambi reciproci e quel dialogo paritario caratteristici del pluriverso Mediterraneo, riuscendo così finalmente a riavvicinare le due rive.
Ripartire dal Mediterraneo
Abbiamo visto quindi come a partire dalla fine del primo conflitto mondiale all'interno del mondo Mediterraneo si sia aperta una grave frattura che è andata progressivamente allargandosi. Fra le due sponde mediterranee regna un clima di opposizione e di scontro, tanto che il Mediterraneo è oggi percepito come un'area di rischio e di insicurezza globale. Ma solo attraverso il mare fra le terre potrebbe essere possibile creare un futuro di pace e di stabilità, riscoprendo i suoi valori e la sua storia fatta di incontri e scambi reciproci, senza imposizioni unilaterali di una parte sulle altre, una storia propria di un pluriverso di popoli e culture che si contaminano fra di loro conoscendosi e imparando gli uni dagli altri. L'UE continua purtroppo a vedere il bacino come diviso in due distinti blocchi monolitici, rimarcando in svariate occasioni la differenza tra la cultura europea e la tradizione islamica come se queste fossero assolutamente omogenee al loro interno e soprattutto incompatibili fra loro, ignorando invece che l'Islam ha sempre fatto parte della storia e della formazione dell'Europa e che attualmente parte della popolazione europea è musulmana; il rifiuto di alcuni paesi membri dell'Unione di permettere alla Turchia di entrare a farne parte solo perché è un paese musulmano è un esempio perfetto di questo atteggiamento. Ma anziché ragionare in termini di scontro di civiltà additando l'Islam come una cultura violenta che facilmente sfocia nel fondamentalismo e nel terrorismo attentando all'identità europea, l'Unione dovrebbe interrogarsi sull'origine dei movimenti islamisti e cercare di capire il contesto nel quale si sono formati. Sono questi infatti movimenti politici assolutamente moderni che lottano per conquistare il potere nei loro stati: la loro origine risale al periodo della dominazione coloniale, durante il quale si formarono i primi nuclei contrari all'imposizione esterna; successivamente l'avvento in questi paesi di regimi secolari che si sono dimostrati corrotti e incapaci di soddisfare i bisogni delle loro popolazioni ha rafforzato l'opposizione condotta da questi gruppi, che non avendo mai governato prima potevano presentarsi agli occhi dell'opinione pubblica come l'unica alternativa possibile in grado di rilanciare lo sviluppo di queste società e portarvi più benessere. Analizzando più attentamente la situazione l'Europa vedrebbe che il vasto consenso da loro raccolto nella società è dovuto alle attività sociali e di welfare da loro svolte e non ad una propensione della cultura islamica verso il fondamentalismo; la frammentazione religiosa ed etnica e la nascita di partiti e fazioni che vi si richiamano per raccogliere consensi sono fenomeni che diventano imponenti quando le società sono fortemente polarizzate e le condizioni di vita all'interno delle stesse sono precarie; in questi contesti dove il potere risulta fortemente concentrato nelle mani solo di alcuni gruppi sociali la lotta per conquistarlo si fa accanita e fa appello alle divisioni presenti all'interno della popolazione.
È solo attraverso la conoscenza ed il rispetto reciproco che si possono costruire una convivenza armoniosa ed un futuro di pace; purtroppo l'atteggiamento europeo sembra muoversi proprio nel senso opposto. Soprattutto dopo il lancio della guerra al terrore degli Stati Uniti, i paesi arabi e/o musulmani sono visti solo come un pericolo per l'Occidente; il Mediterraneo nel XXI secolo è percepito come un'area di rischio ed il suo ruolo di crocevia tra i differenti popoli e le diverse tradizioni è dimenticato, schiacciato dai dettami provenienti da oltreoceano. Scordandosi la propria storia mediterranea, l'Europa si è allineata alle strategie atlantiche, preoccupate di difendere i valori occidentali dalle minacce che arrivano dal Sud del bacino e finalizzate all'esportazione in tutto il resto del mondo di questi principi, in un comportamento unilaterale ed etnocentrico che può portare solo allo scontro diretto. Oltretutto questa atmosfera repressiva e poliziesca e l'enfasi ossessionante sulla sicurezza e l'antiterrorismo giustificano l'inasprimento delle politiche e dei controlli, rafforzando così il potere dei regimi della Riva Sud invece di spingerli all'apertura democratica che UE ed USA dicono invece di voler esportare. Apertura democratica che oltretutto quando non dà risultati conformi alle aspettative occidentali non viene accettata dagli stati occidentali; ne è un esempio la vittoria elettorale conseguita nel 2006 da Hamas nei Territori Occupati, ottenuta con metodi assolutamente democratici ma non riconosciuta né dagli Stati Uniti né dall'Unione Europea, che anzi hanno preferito congelare gli aiuti destinati al popolo palestinese, aggravandone le già insostenibili condizioni e provocando una forte battuta d'arresto alle speranze di una possibile risoluzione pacifica del conflitto arabo-israeliano che incendia il Medio Oriente ormai da più di sessanta anni (42).
Negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno accresciuto la propria pressione sull'area mediterranea, soprattutto attraverso l'espansione della NATO e numerose iniziative militari alle quali anche alcuni paesi europei hanno partecipato; l'Unione dovrebbe abbandonare queste politiche egemoniche e le strategie militariste statunitensi, elaborando una politica autonoma che metta al centro il Mediterraneo e la sua capacità di mettere in contatto diverse culture e tradizioni. Un altro importante tentativo in questa direzione è stato fatto dall'Unione che nella Conferenza tenutasi nel Luglio 2008 a Parigi ha lanciato, insieme con altri 16 paesi della Riva Sud ed Est, ovvero Albania, Algeria, Bosnia, Croazia, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Mauritania, Monaco, Montenegro, Palestina, Siria, Tunisia e Turchia, l'iniziativa intitolata "Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo". La strategia, inizialmente ideata dal Presidente francese Sarkozy, dichiara di voler ripartire dal Processo di Barcellona per promuovere la cooperazione fra le due sponde; le sue priorità principali sono la risoluzione delle problematiche relative all'immigrazione dai paesi meridionali verso quelli settentrionali, la lotta al terrorismo, la risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la tutela del patrimonio ecologico mediterraneo. In particolare è stata data attenzione a sei iniziative concrete: il disinquinamento del Mediterraneo, la costruzione di autostrade marittime e terrestri per migliorare la fluidità del commercio fra le due sponde, il rafforzamento della protezione civile, la creazione di un piano solare comune, lo sviluppo di un'università euromediterranea e un'iniziativa di sostegno alle piccole e medie imprese. Purtroppo però, nonostante alcuni progetti, quali il disinquinamento del Mediterraneo o l'intensificazione degli scambi universitari, siano indubbiamente positivi ed auspicabili, l'Unione Europea dimostra di non aver imparato nulla dal fallimento del Partenariato Euro-Mediterraneo: l'attenzione principale della nuova politica è ancora incentrata sulle questioni della sicurezza e della lotta al terrorismo e all'immigrazione clandestina, mentre il contenuto del resto della strategia rimane vago e non si prende in considerazione lo stato dell'economia reale della Sponda Sud in quanto non vengono elaborate soluzioni al problema del crescente divario fra le due Rive (43). Alcuni osservatori vedono inoltre nell'iniziativa di Sarkozy un modo per tenere la Turchia fuori dall'Unione creando un foro di cooperazione mediterranea alternativo. Rimangono poi alcuni importanti nodi irrisolti che non facilitano l'adempimento dell'iniziativa, a cominciare dalla situazione palestinese, questione che riguarda l'intero mondo Mediterraneo perché dalla risoluzione di questo tragico conflitto dipende in larga misura la pacificazione dell'intera area mediterranea. È necessario quindi che l'Unione si adoperi seriamente per trovare una soluzione definitiva a questo problema, ma soprattutto è necessario che l'Unione riesca a consolidarsi politicamente al proprio interno non prestando attenzione esclusivamente alle questioni di tipo economico, riuscendo così a riacquistare un concreto ruolo internazionale indipendente. La strada per la conquista di questo ruolo passa attraverso la valorizzazione del Mediterraneo ed il confronto pacifico con gli stati arabi.
Anche questo tentativo europeo non sembra pertanto in grado di cogliere le opportunità fornite dal mare fra le terre. Ma è solo tramite una vera riscoperta dei valori mediterranei che si può sperare di ricomporre la frattura fra le due Rive, creando un orizzonte condiviso che permetta alle differenti culture di tornare ad incontrarsi e conoscersi. Dall'analisi delle politiche intramediterranee si evince come queste siano politiche di controllo e di imposizione di modelli economici e culturali, un'imposizione che può portare solo a risentimento e scontro. Abbiamo visto però come dal basso, grazie per esempio ai migranti, si possa intravedere uno scambio più reale capace di mettere in contatto popoli diversi e le loro tradizioni e che potrebbe quindi essere in grado di ricreare le dinamiche di dialogo del pluriverso Mediterraneo. Un altro esempio di questo arricchimento reciproco che parte dal basso è fornito dal femminismo islamico, un movimento che condividendo i fini del suo corrispondente occidentale li reinterpreta sulla base della cultura islamica. Nato alla fine del Novecento, propone una lettura esegetica dei testi islamici dimostrando come essi non inneggino alla subordinazione patriarcale della donna, come molti credono in Europa o professano per scopi specifici nei paesi arabi, ma anzi contengano molte indicazioni a favore dell'uguaglianza e della giustizia di genere (44). A Barcellona nel 2005 si è svolta la prima Conferenza Internazionale del Femminismo Islamico, alla quale hanno partecipato intellettuali provenienti da tutti i continenti: questa iniziativa è un esempio perfetto di come movimenti di questo tipo, attraverso i contatti che permettono di stabilire fra attivisti e realtà differenti, stimolino la conoscenza reciproca e la cooperazione unendo nello stesso fine, in questo caso l'uguaglianza e la giustizia di genere, popoli diversi, legando i contesti locali a quello internazionale e dimostrando come attraverso il Mediterraneo le idee possano circolare fra le diverse società, venendo reinterpretate alla luce delle differenti tradizioni grazie ad uno scambio fra pari all'interno del quale nessuna forza cerchi di imporre la propria visione alle altre. Queste esperienze si impongono al riconoscimento dell'Europa, che deve quindi imparare da esse per favorire un clima di dialogo con tutte le forze che abitano il Mediterraneo. La valorizzazione delle caratteristiche del mare fra le terre, in particolare del suo pluralismo, costituisce l'alternativa da seguire per promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione multilaterale necessarie per raggiungere una pace finalmente libera da ogni deriva fondamentalista, non solo all'interno del bacino mediterraneo, ma in tutto il mondo; nell'attuale processo di globalizzazione in atto ripartire dal Mediterraneo significa adoperarsi perché questo fenomeno non finisca per diventare imposizione unilaterale del modello dominante, ma costituisca al contrario occasione di incontro e feconda ibridazione fra le diverse tradizioni, per creare una reale integrazione ed un sentiero comune nel quale le differenti culture imparino le une dalle altre e siano in grado di ripensare se stesse per mettere da parte le loro divisioni.
È certo un compito difficile, anche perché spesso queste divisioni sono usate per giustificare le proprie azioni in nome della non accettazione altrui della propria cultura, ma diviene sempre più necessario intraprenderlo e ripartire dal Mediterraneo per essere veramente "uniti nelle diversità".
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Links
Note
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3. D. Zolo, "La questione mediterranea", in F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L'alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007, pag. 18.
4. F. Cassano, "Necessità del Mediterraneo", in F. Cassano, D. Zolo (a cura di), op. cit.., pag. 84.
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7. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 2007. F. Cassano, op. cit., pag. 80.
8. R. Pepicelli, 2010. Un nuovo ordine mediterraneo?, Messina, Mesogea 2004, pag. 35.
9. D. Zolo, op. cit., pag. 22.
10. B. Amoroso, "Politica di vicinato o progetto comune?", in F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L'alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007, pag. 513.
11. R. Pepicelli, op. cit., pag 36-37
12. R. Pepicelli, op. cit., pag.39.
13. V. M. Donini, La conferenza di Barcellona: una vera svolta nei rapporti mediterranei?.
14. Cfr. Dichiarazione di Barcellona e Partenariato Euromediterraneo.
15. D. Zolo, op. cit., pag 33.
16. R. Pepicelli, op. cit., pag. 77.
17. D. Zolo, op. cit., pag 38.
18. R. Pepicelli, op. cit.., cap.3.
19. R. Pepicelli, op. cit.., cap. 5.
20. Cfr. Euro-Mediterranean Code of Counduct on Counter Terrorism, Five Year Work Programme, Cumbre Euromediterranea de Barcelona.
21. D. Zolo, op. cit., pag 25.
22. B. Amoroso, op. cit.., pag 495.
23. A. Gallina, "La mobilità migratoria", in F. Cassano, D. Zolo(a cura di), L'alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007, pag.236.
24. A. Gallina, op. cit., pag. 236.
25. R. Pepicelli, op. cit., pag.20.
26. Cfr. Human development reports.
27. R. Pepicelli, op. cit., pag. 21.
28. C. Gérard, Migrations en Mediterranée, Paris, Ellipses, 2002, pag. 18.
29. R. Pepicelli, op. cit., pag. 111.
30. A. Gallina, op. cit., pag. 239.
31. C. Gérard, op. cit., pag. 45.
32. R. Pepicelli, op. cit., pag. 111.
33. R. Pepicelli, op. cit., pag.110.
34. D. Zolo, op. cit., pag 22.
35. R. Pepicelli, op. cit., pag.102.
36. H. Ulla, The EU's Neighbourhood Policy: A Question of Space, Time and Security, Danish Institute for International Studies (DIIS), 2006, Copenhagen.
37. H. Ulla, "The EU's Security Policy Towards the Mediterranean: An (im)possible Combination of Export of European Political Values and Anti-Terror Measures?", DIIS Working Paper no 13, Danish Institute for International Studies, 2004, Copenhagen.
38. Cfr. I. Diamanti, F. Bordignon, Quaderni FNE Collana Osservatori, n. 21, Immigrazione e cittadinanza in Europa. Orientamenti e atteggiamenti dei cittadini europei, 2005.
39. M. Campanini, K. Mezran, Arcipelago Islam. Tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2007.
40. A. Gallina, op. cit., pag.235.
41. R. Pepicelli, op. cit., cap.IV.
42. M. Emiliani, La vittoria di Hamas, Prospettive, sviluppi, paure, Il Ponte, Bologna, 2006.
43. G. Corm, Tutti contro tutti sulle sponde del Mediterraneo, LeMondeDiplomatique il manifesto.
44. M. Badran, "Il femminismo islamico", in F. Cassano, D. Zolo, (a cura di) L'alternativa mediterranea, Feltrinelli, Milano, 2007.