2017

In ricordo di Predrag Matvejević

Franco Cassano


Predrag Matvejevic ritratto da Danilo De Marco


Da tempo non sentivo Predrag Matvejević, era accaduto raramente da quando era tornato a Zagabria, e le ultime volte la sua voce mi era arrivata stanca e un po’ delusa, rattristata per le vicende, anche giudiziarie, che lo avevano colpito negli ultimi anni della sua battaglia contro la spirale perversa dei nazionalismi. Predrag era voluto tornare nei suoi luoghi, ma proprio lì aveva dovuto subire le ripercussioni di una storia inasprita dalle divisioni contro cui si era battuto, quelle divisioni che ancora oggi impediscono a molti nel suo paese di riconoscere il valore di questo singolare intellettuale, profondamente iugoslavo e profondamente europeo. E negli ultimi anni si era anche indebolita l'eco di un lavoro che aveva ampliato i nostri orizzonti, ci aveva aiutato a vedere nel Mediterraneo, fino ad allora muto davanti ai nostri occhi, non solo l'inerzia del passato o un fondale per le vacanze, ma l'indicazione di una prospettiva per il futuro, l’embrione di una fraternità possibile. Di questa nuova attenzione per il Mediterraneo la voce di Predrag Matvejević era stata, non solo in Italia, l'espressione più limpida e diretta.
Matvejević non veniva da una storia facile: come esponente del dissenso iugoslavo si era battuto contro le degenerazioni autoritarie del socialismo centralizzato, ma alla crisi di quest’ultimo aveva visto succedere non una moltiplicazione delle libertà e nuove forme di solidarietà, ma quella spirale nazionalistica che ha trascinato il suo paese nella guerra civile. Questa costante condizione di opposizione lo aveva così costretto alla condizione di esule, a cercare rifugio prima in Francia e poi in Italia. Ma sono proprio gli anni della crisi e della guerra civile iugoslava quelli in cui la voce di Matvejević conosce una grande diffusione. E questo è accaduto proprio perché alla denuncia delle prevaricazioni e degli eccidi di un esule egli ha saputo accompagnare l’indicazione di una nuova patria comune: il Mediterraneo, un grande repertorio geografico, carico di storie, leggende, ibridi, tradizioni marinare che facevano emergere legami antichi a lungo sommersi o affondati dall’ostilità e dall’arroganza. Il suo Breviario è stato per molti in quegli anni un livre de chevet che, muovendo da una ricognizione del paesaggio, delle migrazioni e degli scambi, ridava al sud e all’est dell’Europa un ruolo ben diverso da quello di area attardata e sottosviluppata. C'era un ponte da costruire, e il Mediterraneo di Matveievic ne metteva in luce le fondamenta.
Certo, non erano mancate prima di lui grandi voci che avevano parlato di questa patria comune, basti pensare a Braudel, Valery e Camus. Ma negli anni che venivano dopo la guerra fredda l’indicazione del Mediterraneo era l’individuazione di una strada insieme parallela e intrecciata a quella dell’Unione Europea, un percorso che la completava, evitandole di rimanere chiusa sul suo cuore settentrionale, quel cuore che l’avrebbe progressivamente strangolata con la sua forza, il suo rigore e quell’ossessione dei conti, che ha tante buone ragioni, ma acceca sul futuro. Quella strada invitava gli uomini del vecchio continente a scoprire la traccia di una fraternità più larga di quella europea, spingeva i loro occhi a guardare in modo nuovo, a legare popoli provenienti da storie diverse e spesso conflittuali, mettendo alle spalle l'esperienza coloniale e le guerre civili, scegliendo un percorso conviviale, capace di saldare interessi e paesi.
Matvejević era sicuramente felice di questo ruolo, ma ha sempre portato dentro di sé l’eco della tragedia della sua terra; sapeva che la diversità è un grande valore, ma può rovesciarsi nella chiusura e nell’intolleranza, in un’allergia che deforma gli uomini e li rende nemici. Nato a Mostar, il cui ponte crollato era divenuto un’icona delle distruzioni della guerra civile, da padre russo e madre bosniaca, aveva dentro di sé questa trasversalità, quell’amore per un universalismo plurale, capace di chiedere agli uomini il meglio di se stessi. È stato in quegli anni che lo incontrai e non posso dimenticare la generosità con cui si offrì di scrivere la prefazione alla versione francese del Pensiero meridiano, proponendosi implicitamente e spontaneamente come mallevadore di quel libro e del mio lavoro. Questo ricordo è quindi anche l’occasione per ricordare un debito verso di lui, l’affetto con cui custodisco i suoi libri, le sue parole e la sua voce nella memoria.
C’è però probabilmente una dimensione nuova che oggi s’insinua nel ricordo di questa singolare figura di intellettuale cosmopolita. Quella sua melanconia, che allora mi appariva legata alla storia particolare della sua terra, e quindi come un’eco del passato, oggi purtroppo mi appare profetica. I fondamentalisti sono tornati sulla scena, anche perché si sa che essi diventano i protagonisti quando il gioco si fa duro e inizia la catena dei massacri. I due grandi riferimenti di Matvejević, il Mediterraneo e l'Europa, oggi sono in crisi, il primo bruciato dalla spirale fondamentalista, il secondo minato dall'egoismo dei popoli e dei governi europei. So che a Predrag scoprire che quella sua malinconia era un presagio del futuro non avrebbe fatto piacere, ma sicuramente, se fosse ancora con noi, avrebbe provato, come fece allora, a cercare nuove vie per sfuggire alle spirali nazionalistiche, all'odio per il diverso, a cercare coraggiosamente e cocciutamente luoghi di pace, di intesa, partendo dalle cose semplici che fanno amicizia e uniscono gli uomini, dal pane e dal vino, da una convivialità calorosa ed attenta. Quando la speranza e la fiducia nell'altro torneranno ad abitare il vecchio continente e quelli al di là del mare, il lavoro di Matvejević ritornerà ad essere un passaggio necessario e nessuno commetterà lo sbaglio di pensare che quella malinconia non ci riguardi. Nei nostri tempi di rabbia il suo lavoro sembra essere inattuale. Un motivo di più per riscoprirlo e per riscoprire le piste che esso iniziava a tracciare.