2005

M. Kaldor, New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era, Polity Press, 1999, trad. it. di G. Foglia, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell'età globale, Carocci, Roma 1999, pp. 185, ISBN 88-430-1453-6

In poco più di un decennio l'Occidente si è trovato direttamente coinvolto nell'operazione di polizia internazionale contro l'Iraq, nella guerra umanitaria in Kossovo, nella guerra che, dopo l'11 settembre 2001, sotto il nome di enduring freedom, ha portato al rovesciamento del regime dei Talebani, e, da ultimo, nella guerra preventiva contro l'Iraq e nel rovesciamento del regime di Saddam Hussein. In questo contesto qualsiasi libro sulla guerra rischia di apparire invecchiato nel giro di pochi mesi. Ogni nuova guerra approfondisce, radicalizza e supera vecchi problemi per porne di nuovi, con un carico di morti civili sempre maggiore. Prima di ogni riflessione accademica sulla guerra, va infatti rilevato un elemento di indubitabile e tragica verità che accompagna le nuove guerre. Nell'arco di un secolo le proporzioni relative alla vittime civili in guerra si sono rovesciate: se all'inizio del Ventesimo secolo l'85-90 per cento delle vittime erano militari, alla fine degli anni '90 circa l'80 per cento di tutte le vittime in guerra sono civili.

Il libro della Kaldor, per quando è stato scritto e per le conoscenze dirette dell'Autrice, è principalmente attento al nuovo tipo di violenza che ha portato alla polverizzazione della Jugoslavia e all'intervento in nome dei diritti umani in Kossovo. Non per questo è però un libro invecchiato. Il problema centrale del libro, nato dalle analogie tra conflitti situati in aree geografiche diverse, riguarda l'analisi di nuovi tipi di violenza organizzata che emergono nelle "nuove guerre" e che l'a. considera come «un aspetto importante dell'attuale fase di globalizzazione» (p. 11).

L'a. ben mette in evidenza come la compagine concettuale delle nuove guerre si caratterizzi come crisi delle distinzioni classiche, in primo luogo come crisi della distinzione tra pace e guerra: le «differenze tra zone di guerra e zone di pace apparente non sono più così nette come in passato» (p. 126). Ma la crisi non erode solo la distinzione tra pace e guerra, essa coinvolge le distinzioni caratteristiche dell'evoluzione dello stato: sempre più difficile diventa distinguere tra «interno ed esterno, tra ciò che accade all'interno di un territorio statale chiaramente definito e ciò che accade al di fuori», tra economia e politica, tra civile e militare, tra «coloro che portano legittimamente le armi e i non combattenti o i criminali», tra «pubblico e privato» (p. 31). Giustamente, osserva l'a, non ha senso parlare delle nuove guerre come «guerre informali» o «privatizzate» (D. Keen, When War Itself Is Privatized, in «Times Literary Supplement», dicembre 1995), perché è piuttosto la distinzione pubblico/privato ad essere collassata, e ad essersi trascinata con sé la possibilità di delineare i processi in corso nei termini di una riprivatizzazione dello spazio politico e della guerra. Ragioni di questo ordine inducono l'a. a ritenere più appropriata l'espressione, impiegata da diversi autori, di «guerre post-moderne» (p. 12). Ma bisogna osservare che le «nuove guerre», come più prudentemente continua a chiamarle l'a., non si collocano affatto al di là della struttura dualistica propria della concettualità politica moderna, ma anzi, qualora non ne operino una ridislocazione, la radicalizzano. È il caso dell'immissione di argomenti morali a giustificazione della guerra, che, nella fattispecie della "guerra umanitaria", vede contrapposti il bene e il male, l'umanità e la disumanità. Ma le «nuove guerre» sono anche, come l'a. non manca di sottolineare, «l'emblema di una nuova linea di demarcazione tra globale e locale» (p. 14), nuove inclusioni e nuove esclusioni.

Proprio l'opposizione inclusione/esclusione svolge una funzione matriciale nelle politiche del nuovo nazionalismo. I nuovi conflitti, spesso descritti come conflitti etnici, si configurano come processi di costruzione identitaria nei quali le etnie vengono esse stesse costruite in termini culturali, politici, economici e di divisione del lavoro. Mai come ora il termine ethnos, ben lungi dall'esprimere «un'assoluta purezza od omogeneità culturale», assume una «connotazione razziale» (p. 90), in quanto le etnie vengono trattate come «qualcosa con cui si nasce e che non può essere cambiato, né essere acquisito con la conversione o l'assimilazione» (p. 90). Proprio questa pretesa immutabilità dell'appartenenza etnica trasforma l'etnia in un concetto polemico, in un momento costitutivo delle «nuove guerre».

Questo contesto obbliga a considerare il nuovo nazionalismo non come regresso ad una precedente fase della morfogenesi dello stato moderno, ma come ridefinizione delle nuove linee di inclusione ed esclusione massimamente adeguata al presente: «la nuova forma politica dell'identità viene spesso considerata un salto nel passato, un ritorno a identità premoderne temporaneamente sostituite o cancellate dalle ideologie modernizzatrici. [...] Ma, come abbiamo visto, ciò che è davvero decisivo è il passato più recente, e in particolare l'impatto della globalizzazione sulla sopravvivenza degli stati. Di più: la nuova politica presenta alcuni aspetti che sono interamente contemporanei» (p. 98).

A partire da questo scenario, caratterizzato dall'erosione della violenza legittima dello stato, l'a. rilancia l'esigenza di ripensare la sicurezza globale. La tesi della Kaldor, ma qui inevitabilmente anche le debolezze legate ai rischi della proposta, è a favore di un «governo cosmopolitico» (p. 166) che, rompendo con il presupposto del legame territoriale delle entità politiche, si assuma il compito di dar luogo a istituzioni internazionali in grado di garantire il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario (p. 166). Ma, rileva l'a., se il diritto c'è, e c'è anche chi ne denuncia le violazioni, «quella che è mancata fino ad oggi [...] è l'applicazione del diritto» (p. 167). Ma allora, daccapo, il problema si configura nei termini di un potere globale capace di garantire i diritti dell'uomo ed intervenire là dove si diano significative violazioni degli stessi. Questo potere dovrebbe inoltre decidere i casi e le modalità in cui intervenire, riproducendo così quel monopolio della decisione politica che, dalla sua crisi en détail, verrebbe replicato en gros.

Massimiliano Tomba